Effetto Guggenheim o Effetto Pecci?

0 1.344

Effetto Guggenheim o Effetto Pecci?

ahmed-mater-magnetism-installation-notare-affinita-con-la-mecca
Ahmed Mater – Magnetism installation (notare affinità con La Mecca)

Era stato detto, ci avevano avvertiti: il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, avrebbe riaperto, ma non prima che Maurice Nio avesse addotto il fabbricotto di Gamberini per trasformarlo in una bronzea navicella e dotata di antenna «[…]capace, da un lato, di rappresentare la volontà di captare le nuove forme di creatività vive nel territorio dall’altro di denunciare la presenza importante di un luogo deputato alla loro promozione, di immediata visibilità sia per chi proviene dall’autostrada sia per chi arriva a piedi dalla città», per poi far “schiantare” la nuova creatura Laddove era stata prelevato l’antico campione.
L’apertura del portellone, però, ha subito molti smottamenti di data, fino a che furono pronunciate le parole profetiche: il 16 ottobre s’ha da aprire.

Ad accompagnare l’apertura del museo pratese, qualche giorno prima – il 12 ottobre – nel complesso pratese di Piazza dei Macelli due mostre: TU35 e La Torre di Babele.
TU35 ha avuto il compito di esporre artisti emergenti, scelti da una giuria, dopo aver indetto un open call e affidandone la curatela a vari giovani curatori toscani: il risultato è stato un semi disastro, arte talmente banale che ha dovuto vestirsi di finti intellettualismi e altri imbellettamenti, tra cui un tentativo fallito di arte politicizzata, fallita perché troppo complessa. A Firenze Ai Wei Wei ci ricorda del dramma dei migranti semplicemente appendendo gommoni a Palazzo Strozzi – damnatio memoriae al contrario – , qui un’artista ha avuto bisogno del codice morse, di una radio, un tappeto e di un fotogramma ripetuto di strumenti musicali bruciati dall ISIS che da lontano ricordano un tessuto orientale, idea buona ma che ha perso l’immediatezza, diventando un’idea fallita

qui-zhijie-part-people-to-be-messiah-crowding-history
Qui Zhijie – (part) People to be Messiah Crowding History

La Torre di Babele è invece curata da Pietro Gaglianò, curatore indipendente che si rileva sempre un ottimo direttore d’orchestra che sa scegliere fiati, archi, ottoni e quant’altro per poi disporli in maniera da farli suonare e risuonare nell’ambiente espositivo. Obiettivo della mostra è quello di mostrare i differenti linguaggi esistenti nell’arte portando esempi dalle gallerie Toscane, come ad esempio la pistoiese SpazioA, la pratese Die Mauer o la lucchese Galleria Claudio Poleschi. Qui, gli intellettualismi sono concessi, perché usati non come abbellimento ma come sostegno all’opera, perché per fare certe ricerche occorre un certo cervello e guizzo d’inventiva: linguaggio non è fine a se stesso ma è utilizzato a progressione o con un fine, essenziale.

Alla luce di queste due mostre non era chiaro cosa aspettarsi da ciò che sarebbe stato al Pecci, che ha inaugurato con la mostra The End of the World, a detta del direttore Fabio Cavallucci, non da intendere come catastrofista ma come senso di perdita della conoscenza unitaria che avevamo del mondo, facendo diventare la navicella, un osservatorio. La mostra ha qualche punto “alto”, come il percorso di Oliveira di rinascita tramite la Natura e il trittico di Qiu Zhijie che mappa le speranze svanite dell’uomo, il resto dell’esposto va dal buono al mediocre ma nonostante questo la mostra fornisce un inventario del linguaggio artistico adesso presente, quindi interessante anche per i non addetti ai lavori, creando una mostra con artisti presi dalle varie gallerie italiane ed estere e ben narrata, scandita sul ponte dell’UFO e contando anche su performance e video art non solo di emergenti da anche di artisti famosi, tra cui il videoclip di una canzone di Björk commissionato dal MOMA.

atlante-in-attesa-della-rivoluzione-paolo-leonardo-1
Paolo Leonardo – Atlante in attesa della rivoluzione

È plausibile pensare ad un futuro remoto per il Pecci  – non solo in termini monetari – con la speranza che continui ad avere un impatto positivo sul territorio, visto che la sua apertura ha movimentato la città pratese (Lottozero e il progetto del nuovo parco cittadino sono due esempi), ma che allo stesso tempo non monopolizzi la scena, definendosi più come humus sulle quali le varie realtà toscane (e non) possano crescere.

Più che “effetto Guggenheim” –  il fenomeno per cui la gente va in un museo perché attratta dalla struttura – dovrà continuare a verificarsi infatti un “effetto Pecci” ovvero di stimolazione alla ricerca artistica, mantenendo tensione intellettuale e soprattutto di mostrare le ricerche ad un ampio pubblico, solitamente restio a visitare gallerie, perché ciò che non è in un museo, non è degno di essere visto.

 

Alex D’Alise per MIfacciodiCultura

Tutte le foto dell’autore

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.