“Real bodies” o “Nobodies”? Von Hagens e la plastinazione

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Real bodies o Nobodies? Von Hagens e la plastinazione

O ti che serve a Dio del bon core non havire pagura
a questo ballo venire ma allegramente vene e non temire poj chi nasce elli convene morire.

Oratorio dei disciplini di Clusone, Val Seriana (BG)

Real bodies
Real bodies

I corpi di Gunther von Hagens sono divenuti ormai un fenomeno di portata mondiale e per la loro esposizione sono state organizzate centinaia di mostre comparendo anche in alcune pellicole di visibilità internazionale (si pensi a 007 – Casino Royal di Martin Campbell). L’esercito di Von Hagens, tale è il nome del loro creatore, ha sormontato ogni critica.

Era il 1977 quando l’anatomopatologo inventò, presso l’Istituto di anatomia dell’Università di Heidelberg, il processo di plastinazione. Sulla brouchure, scaricabile dal sito, viene mostrato come tale procedimento renda possibile la modellazione dei corpi in pose così realistiche. Si tratta il cadavere con la formalina quindi viene inserito dell’acetone che funge da solvente per i fluidi corporei e i grassi solubili. Viene poi iniettato del caucciù siliconico e il corpo immerso in una soluzione di materia plastica che penetra in ogni cellula. L’acetone è quindi espulso. Solamente a conclusione dell’impregnazione, il corpo può essere posizionato nella posa desiderata avvalendosi di fili, aghi e graffette. In conclusione il tutto viene solidificato attraverso un processo di polimerizzazione.

I morti di plastica sono oramai tra noi e ci rimarranno finché su di loro risplenderà la luce della notorietà. Come spiegare il successo che hanno avuto? Su quale nostro oscuro ganglio fanno presa? È con pensieri simili a questi che attendevamo in coda alla mostra Real Bodies di Milano Lambrate.
Colpisce l’affluenza che l’esposizione ha avuto. Un pubblico variegato, ma generalmente più giovane rispetto a quello notato in molte altre mostre. Si può forse ammirare lo spettacolo della morte in vetrina solamente a un’età in cui questa è solo trasmessa su uno schermo?

Uno scheletro in bicicletta ci aspetta tra le prime stanze, la colonna vertebrale era esposta, il cranio aperto e la corteccia in vista. Fisso su quelle ruote, che sembravano correre verso un progresso sempre più distante, ci appariva come l’immagine della quotidianità della morte. La naturalezza con cui quelle mani afferravano i manubri era incredibile, sembrava di assistere ad un attimo congelato, quasi che il tempo si fosse chiuso all’improvviso intorno a quelle membra, bloccandole.
La mostra continua con l’esposizione delle sezioni dei vari apparati, grazie alle quali si possono confrontare gli effetti di patologie e le modifiche operate sui vari organi.
Dopo avere oltrepassato una fila di feti di varie età, eccoci davanti a lei. Alta e rossa si ergeva una Madonna di carne. Il suo ventre gravido era aperto e dalle viscere si faceva spazio una manina fetale che sembrava aspettasse di essere tratta in salvo.

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Particolare dell’affresco cinquecentesco della facciata dell’Oratorio dei Disciplini di Clusone

In molti avrebbero potuto tacciare di blasfemia il pensiero di definire questa un’opera d’arte, ma in realtà l’esposizione del morto non è necessariamente proibita. In certe occasioni durante una veglia funebre, come per alcune ricorrenze, è solito esporre i corpi dei defunti alla vista. La convivenza tra vivi e morti era già stata raffigurata nel tema iconografico tardo medievale della danza macabra: pensiamo all’affresco dell’Oratorio dei Disciplini di Clusone (BG), o al fatto che in età vittoriana era uso farsi fotografare insieme al defunto vestito e posizionato in modo che sembrasse ancora vivo.

 

Tra il pubblico, in pochi rimanevano distanti e davanti all'”idolo” si era concentrata una piccola folla attratta da questa nuova realizzazione terrena dell’immortalità del corpo. Immortalità… come se si spalancassero quegli occhi vuoti, privi di un volto che li contorni e li significhi.

Emmanuel Lévinas (1906-1995) filosofo francese di origini ebraico-lituane, insegnava come il volto dell’altro fosse l’epifania di qualcosa che è totalmente altro e non riducibile a noi. Il prezzo dell’eternità esposta da Von Hagens è invece il più completo anonimato, una totale perdita dell’identità e dell’unicità, in un corpo privo di nome, è uno spettacolo per una società che, in questa riduzione dell’uomo a corpo anonimo da manipolare e esporre al pubblico, vede riflessa una delle dinamiche che odiernamente la caratterizzano.

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Un esempio di fotografia postmortem risalente all’età Vittoriana

Il materiale a disposizione del Dott. Morte è oggi molto ampio. Solamente nel 2015 l’Institute for Plastination (IfP) aveva dichiarato di avere in lista quasi 15.000 donatori, di cui più di 13.000 ancora in vita. Sono prevalentemente di nazionalità tedesca, ma si contano anche più di 1.400 americani. In molti sono attratti dall’idea che il loro corpo sia utilizzato per una finalità scientifico divulgativa: si preferisce donare il proprio corpo al mondo piuttosto che sprecarlo, lasciando che si decomponga. È curioso scoprire come alcune persone abbiano avuto l’ispirazione a ricorrere a questo trattamento, proprio visitando una di queste mostre. Escludendo lo scopo scientifico-divulgativo, sembra che il risultato raggiunto da questi spettacoli non sia solo il grande incasso, infatti ogni visitatore è una potenziale materia prima, pronta ad ampliare con il suo corpo le schiere di questo esercito di nessuno.

Uscendo dalla mostra il nostro pensiero andava alla grande assente. A Lei, che trionfa quando tutte le spade si sono spezzate. Tra le sale, così come nei volti dei visitatori, mancava quella solennità rituale tipica, quella sacralità dell’esperienza funebre che il rito religioso prima garantiva. Il segno fatale sembra essere stato strappato da quei defunti insieme a qualsiasi modo di riconoscerli. Morte è sempre morte di qualcuno, ma ad essere esposte non erano più persone, ma semplici cose.

Andrea Olgiati per MIfacciodiCultura

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