#EtinArcadiaEgo – La scuola poetica siciliana e l’arte che dona libertà

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#EtinArcadiaEgo – La scuola poetica siciliana e l’arte che dona libertà

Federico II
Federico II

La notizia della morte di Dario Fo deve farci riflettere sul potere di libertà dell’arte. «Ferisce più la penna della spada» non è un detto di convenienza: è la reale dimostrazione di quanto la letteratura e le arti in generale permettano di sbeffeggiare il potere, o quantomeno di creare una propria via di fuga, in cui innalzare la propria bandiera. La storia è piena di esempi calzanti, ma uno forse lo è più degli altri: l’esperienza duecentesca della scuola poetica siciliana.

Inizio del XIII secolo, Italia meridionale: Federico II di Svevia diventa Imperatore del Sacro Romano Impero, unendo la corona di Sicilia con quella imperiale. La Germania tuttavia è, come l’Italia, frammentata in tantissime regione comandate da signorotti locali e restii a lasciare il potere a un solo sovrano. Federico capisce l’antifona e si trasferisce nei domini della madre Costanza d’Altavilla (la “Costanza imperadrice” resa celebre dagli immortali versi di Dante) e insedia la propria corte a Palermo.
Il sovrano, coltissimo, dà fortissimo impulso alla cultura e alle arti e nella sua reggia alcuni personaggi, tutti funzionari statali (notai, giudici, impiegati di cancelleria), iniziano ad interessarsi alla poesia. Ma subito sorge un problema: per quanto mecenate e fervente appassionato delle arti, Federico era tutt’altro che un sovrano liberale: era un vero signore assoluto. Era chiaro che questi funzionari-poeti non avrebbero potuto comporre liberamente, perché una qualsiasi critica al sovrano o scritti di denuncia alla società corrente avrebbero portato all’esilio, o più probabilmente alla morte. Per altro la politica di Federico lo aveva sì portato alla scomunica papale, ma i più illustri letterati e personaggi dell’epoca lo definivano stupor mundi: difficile dunque ribellarsi anche solo in parte a un potere onnipresente ma così amato

Bardo siciliano
Bardo siciliano

L’impresa era davvero ardua: dove trovare l’ispirazione con addosso il giogo di un sovrano assoluto che non si può e non si vuole criticare?
La risposta arrivò quasi da sola, dai viaggi di quei poeti provenzali che avevano subito la caduta dei loro castellani. I siciliani ascoltarono ammaliati le loro liriche d’amore, colpiti da quelle donne angelicamente bionde così diverse da quelle della loro terra e le parole, leggere, lascive ma senza troppe licenz,e piacquero da morire. E così la poesia trobadorica provenzale, che aveva fatto risuonare d’amore le sale dei castelli d’Occitania, valicò le Alpi e attraversò l’Italia in lungo, trovando terreno fertile in Sicilia, dove un gruppo di poeti la attendeva come una Musa. I siciliani lessero le liriche d’amore e ne crearono altre, usando non il latino ma una lingua vera, con cui poteva parlare il cuore: il volgare siciliano.

La corte di Federico iniziò a risuonare di liriche d’amore: i canti di Jacopo da Lentini, Pier delle Vigne, Guido delle Colonne infiammarono una letteratura fino ad allora troppo ancorata alle polverose vestigia del passato romano. Quella siciliana era una poesia di ribellione che non si ribellava: basta, sembrano dire i loro testi, basta con Cesari, Augusti e tafferugli latini, basta con bardi cantori di Orlandi e Tavole Rotonde, e facciamola finita anche con una Chiesa solo volta al passato, e che opprime il bello e la gioia: pensiamo al dolce viso delle nostre donne, perché sono loro a donarci il paradiso. Sembrano dire infatti: ma non lo dicono.
Ai poeti siciliani non interessava fare critica aperta, né avevano il potere di farlo. Essi invece cercavano il conforto della poesia, che permetteva loro di sentirsi più vivi pensando all’amore, un grido di libertà non lanciato ma sogghignato dall’innocuo inchiostro modellato dall’onnipotente penna.

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

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