“Rinascere dalle distruzioni”: al Colosseo, l’arte che combatte Daesh

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Rinascere dalle distruzioni: al Colosseo, l’arte che combatte Daesh

Rinascere dalle distruzioni. Ebla, Nimrud, PalmiraIl 6 ottobre 2016 è stata inaugurata a Roma la mostra Rinascere dalle distruzioni. Ebla, Nimrud, Palmira, a cura dell’associazione Incontro di civiltà guidata da Francesco Rutelli e del Comitato scientifico con a capo l’archeologo Paolo Matthiae.

Il Colosseo, luogo scelto per l’esposizione, ospiterà per due mesi le ricostruzioni in scala reale di tre monumenti distrutti dai militanti dell’Isis, realizzati in materiali plastici attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie.

Il primo ad accogliere il visitatore è il toro di Nimrud, figura alata dal volto umano che proteggeva gli abitanti ad ogni ingresso lungo le mura della città, situata nell’attuale Iraq: l’imponente monumento è saltato in aria nella primavera dello scorso anno durante la distruzione del sito archeologico omonimo, avvenuta ad opera di Daesh. L’organizzazione terroristica, tra l’altro, ha filmato e diffuso in rete le immagini di questo attentato alla storia e alla memoria del popolo siriano.

L’esposizione prosegue poi attraverso la riproduzione in vetroresina della sala d’archivio d’Ebla, in Siria: la città, scoperta nel 1964 proprio da una missione italiana, si è rivelata essere la più antica capitale di uno stato di rilevanza territoriale. Gli archivi, composti da 17.000 numeri di inventario, sono del XXIV secolo a.C. e contengono le più antiche testimonianze sulla storia della scrittura. Il sito archeologico, che al momento versa in uno stato di assoluto degrado, ha cominciato a subire i primi saccheggi nei primi mesi del 2015.

Rinascere dalle distruzioni. Ebla, Nimrud, PalmiraGli unici originali presenti alla mostra provengono da Palmira, antica città siriana. Importante centro carovaniero del mondo antico, era un tempo soprannominata La sposa del deserto dai mercanti che, partendo da Roma e da altre città dell’Occidente, attraversavano il deserto siriaco per raggiungere le terre orientali: la Mesopotania e la Persia, l’India e la Cina. Nell’estate del 2015 le milizie dell’Isis hanno raso al suolo alcuni tra gli edifici più importanti della città: ora il sito è rientrato sotto il controllo del governo siriano ed è stato quindi possibile esportare ed esporre due sculture, una maschile e una femminile, i cui volti sono stati presi a martellate durante l’occupazione dell’Isis. Una volta terminata l’esposizione, i reperti saranno restaurati in Italia e poi restituiti alla Siria.
In mostra, sempre di Palmira, troviamo anche il soffitto di Bel, anch’esso distrutto dalle milizie di Daesh, ricostruito per metà ed inserito nell’esposizione.

Quello della ricostruzione in scala reale è un lavoro complesso e costoso, che richiede l’utilizzo di tecniche di ricostruzione digitale e l’impiego di sofisticati materiali, oltre alla perizia di professionisti.
Il punto è: qual è l’obiettivo di questo progetto? Per Francesco Rutelli tra gli obiettivi c’è quello di «dimostrare la fattibilità delle ricostruzioni, rese possibili sulla base di documentazioni, disegni, rilievi, analisi che derivano dal materiale disponibile; preparare il terreno alle ricostruzioni reali che dovranno essere realizzate dopo la conclusione dei conflitti». Un obiettivo che è stato sicuramente raggiunto: le tre aziende italiane che hanno partecipato al progetto hanno infatti svolto un lavoro a regola d’arte che ha prodotto risultati di altissima qualità.

mostra-3-2Sempre Rutelli, però, afferma che tra gli obiettivi c’è quello di fare in modo che «il brutale ritorno dell’iconoclastia in questo XXI secolo non sia considerato un problema marginale, perché coinvolge i fondamenti della nostra civiltà comune, le persone che vengono espropriate della loro identità e, dunque, tutti noi». Un obiettivo, questo, che non può in alcun modo essere sottovalutato, vista la difficoltà dell’Occidente contemporaneo a concepire queste violenze come questioni che ci riguardano e che non possiamo più ignorare.
Tuttavia, affinché avvenga questa presa di coscienza è necessario un approfondimento storico molto più ampio, che in questo caso non c’è stato. Come afferma la giornalista del Manifesto Arianna di Genova in merito alla mostra «l’iconoclastia ha radici antiche e una lunga storia di violenza e cancellazione dell’altro da sé da raccontare», una storia che non può essere liquidata con pochi pannelli e su cui è necessario operare una ricostruzione attraverso documentazioni scritte, fotografie, filmati, narrazioni letterarie e artistiche. La ricostruzione e il recupero di queste opere, infatti, è un atto privo di sostanza nel momento in cui chi osserva tali opere non conosce la storia ricchissima della terre in cui questi monumenti sono stati costruiti.
Recuperare la memoria di questi luoghi, infatti, è il primo passo per restituire dignità ai loro popoli, a cui abbiamo dimenticato di riconoscere il diritto alla libertà: libertà di vivere, gioire, creare, ricordare.

Mariateresa Natuzzi per MIfacciodiCultura

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