L’immortalità di Arnold Böcklin

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L’artista con la moglie, 1863-1864

Il 16 ottobre 1827 nacque a Basilea uno dei maggiori pittori svizzeri ovvero Arnold Böcklin, massimo esponente del Simbolismo.

Influenzato dal Romanticismo, in particolar modo tedesco, e dal contesto dell’Art Nouveau, Böcklin studiò tra la Svizzera e la Germania e viaggiò per il Belgio sulle tracce dei pittori fiamminghi, ma quando, su consiglio dello storico svizzero Jacob Burckhardt, visitò l’Italia, quest’ultima divenne la sua patria d’adozione. A Roma fu colpito dalla bellezza eterna della città che divenne la sua fonte primaria d’ispirazione, con i suoi palazzi e le sue rovine che coprivano ogni epoca storicamente e artisticamente rilevante, in particolare il florido rinascimento. Qui conobbe la moglie Angela Pascucci.

Viaggiò spesso ed irrequietamente tra la Germania e l’Italia, dove risiedette oltre che a Roma, in Liguria nei pressi di Lerici, poi a Fiesole, dove vi rimase dal 1895 fino alla sua morte, sopraggiunta il 16 gennaio 1901:

Così alla fine ho la mia patria, dopo aver girato tanto a lungo come un vagabondo senza casa.

L’opera più celebre di Arnold Böcklin è sicuramente L’isola dei morti, della quale il pittore realizzò cinque versioni fra il 1880 e il 1886.
Di grande impatto emotivo e decisamente enigmatica, l’opera affascinò Sigmund Freud, Lenin, Salvador Dalí e Gabriele D’Annunzio. Adolf Hitler possedeva una delle versione del quadri, oggi conservata a Berlino.

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Prima versione de l’Isola dei morti

L’isola dei morti è estremamente conturbante ed emozionalmente coinvolgente, grazie anche alla forte dose di simboli ed incognite che rappresenta.

La prima versione gli fu commissionata da Alexander Günther nel 1880, ma l’artista non essendone soddisfatto, la tenne per sé. Quando fu visitato nel suo studio di Firenze da Marie Berna, nobildonna tedesca, ella ne fu talmente colpita, che gliene commissionò uno, chiedendogli «un quadro per sognare», rappresentante la vita dopo la morte. È in questa versione dell’opera che compare l’elemento della bara, che richiama la recente scomparsa del marito della commissionatrice del quadro, che quindi Böcklin aggiungerà anche alla prima versione. Le seguenti versioni vennero realizzate dall’artista su commissione sia di privati che di musei.

Arnold Böcklin intitolò i quadri Die Gräberinsel (L’isola dei sepolcri), L’isola dei morti fu il titolo attribuito ai quadri nel 1883 dal mercante d’arte Fritz Gurlitt, deducendolo da una lettera che l’autore dell’opera aveva scritto al primo committente dell’opera, Günther.

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Fotografia della quarta versione, andata distrutta

Un isolotto roccioso, cupo, ricoperto di cipressi.
Ad esso si avvicina una barca, che taglia un mare tanto oscuro quanto calmo, con a bordo un rematore, una figura eretta vestita di bianco e una bara, anch’essa bianca.

Il quadro evoca un silenzio pesante carico di dolore, ma al tempo stesso trasmette serenità, grazie a quella figura bianca così eterea che solleva dalla sofferenza terrena: la composizione è quindi più leggera in un certo senso e trasmette la tranquillità angelica del viaggio che conduce a una vita eterna felice e distaccata dai problemi e dalle pene terrene.

Böcklin descrisse così la sua opera:

Un’immagine onirica: essa deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe fare paura.
Chi guarda questo quadro deve aver timore di disturbare il solenne silenzio con una parola espressa ad alta voce.

Ciò che ha reso ancora più ricco di pathos questo quadro, è la storia personale dell’artista che molto probabilmente influenzò ed ispirò l’opera così carica di sentimenti contrastanti. Infatti, in corrispondenza della creazione de L’isola dei morti, il pittore perse sua figlia Maria, sepolta al Cimitero degli Inglesi di Firenze, e quei fitti cipressi presenti nel quadro richiamano il camposanto dei non-cattolici fiorentino. Böcklin perse otto dei suoi quattordici figli e quella bara bianca posta sulla piccola imbarcazione, sembra l’espressione pittorica del suo dolore nel vedere i suoi figli morire, al contempo augurando loro di riposare in pace su quell’isola scura e silenziosa. Richiami arcaici e mitologici oltre che onirici, turbano lo spettatore provocando emozioni universali e in un certo senso archetipiche, toccando quel tema tanto caro agli esseri umani quale è la morte: il suo mistero, la sua paura, il dolore che provoca, il senso di perdita e il vuoto incolmabile che lascia nei vivi, cosa c’è e se c’è qualcosa dopo la morte.

Arnold_Böcklin_(1827_-_1901),_Selbstportrait_(1873)L’isola di morti è ancora oggi oggetto di studio da parte di critici e storici dell’arte circa l’isola reale alla quale il pittore svizzero si ispirò: forse quella di Pontikonissi, vicino Corfù, oppure i Faraglioni capresi o l’Isola di Ponza, ma quella che sembra più ricordare quella del quadro è l’Isola di San Giorgio facente parte del Montenegro, che i locali chiamano isola dei morti, dove la chiesa e il cimitero presenti ricordano fortemente quelli del quadro.

Delle cinque versioni realizzate da Böcklin, la quarta è andata perduta durante la Seconda Guerra Mondiale, le altre sono conservate (in ordine) al Kunstmuseum di Basilea, al Metropolitan Museum di New York, presso l’Alte Nationalgalerie di Berlino e al Museum der bildenden Künste di Lipsia.

L’isola dei morti con il suo mistero immortale, è impressa nell’immaginario collettivo così nel profondo da aver ispirato altrettanti artisti (uno su tutti Dalì), drammaturghi, scrittori, sceneggiatori, musicisti e architetti.
Il quadro è inoltre celebre per aver provocato in più di uno spettatore la sindrome di Stendhal, ovvero una reazione emotiva molto forte davanti a un quadro di straordinaria bellezza e coinvolgimento patetico, confermando la potenza espressiva di Arnold Böcklin.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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