John Mayer, il poeta dei sentimenti dell’anima

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John Mayer, il poeta dei sentimenti dell’anima

john Mayer, foto di Owen SweeneyImmaginiamo che siate andati (magari alcuni ci sono stati veramente) al concerto dei Rolling Stones del 22 giugno del 2014: chi era presente come pubblico ascoltato in apertura di concerto un “ragazzo”, facendo poi anche da supporter alla storica band. Se vi steste chiedendo chi fosse stato quel “ragazzo” la risposta è semplice: John Mayer. Il “ragazzo” che compie oggi 39 anni: cantautore bluesman e chitarrista, dal sex appeal innegabile al pari di quello di un modello (note le sue relazioni con alcune donne della musica e dello spettacolo come ad esempio Jennifer Aniston, Taylor Swift e Katy Perry).

Ma è solo solo la sua bellezza a renderlo attraente? Certo che no. Sono soprattutto i testi delle sue canzoni. Per questo non affascina tutti indistintamente. Perché John Mayer è un vero e proprio poeta dei sentimenti umani ed è esattamente l’amore il tema centrale delle sue canzoni: dopo il suo primo lavoro auto-prodotto, Inside Wants Out del 1999, già in Room for Squares del 2001 si trovano canzoni intense come City love, caratterizzata da un suono di chitarra elettrico pulito e cristallino, in tipico stile Stevie Ray Vaughan, Eric Clapton ma con quel tocco proprio di personalità che lo contraddistingue: nella canzone si parla dell’effetto positivo che una donna può provocare, risvegliando completamente l’uomo dal “tedium vitae”: «I tell everyone,i smile just because, i’ve got a city love, i found it in Lydia
and I can’t remember life before her name», sensazione uguale data da “neon”, in cui si è in balia di questa luce che “va e viene”.

She’s always buzzing just like neon, neon, neon, neon,
Who knows how long, how long, how long,
She can go before she burns away, away.
She comes and she goes, like no one can. She comes and she goes,
She’s slipping through my hands.

Ecco che altre canzoni di questo album come Love song for no one, Your body is a wonderland, Back to you, alludono chiaramente a questa tematica. Allo stesso modo anche negli altri cd avviene questo con Daughters, Only heart (Heavier things del 2003), Half of my heart (Battle studies del 2009), A face to call home, Love is a verb (Born and raised del 2012), questa canzone particolare in cui si parla di questo sentimento che, per essere tale, deve produrre azioni concrete:

When you show me love, I don’t need your words. Yeah love ain’t a thing, love is a verb. Love ain’t a thing, love is a verb.
Love ain’t a crutch, it ain’t an excuse. No you can’t get through love on just a pile of IOUS. […]
So you gotta show, show, show me, show, show, show me, show, show, show me that love is a verb.

Ma è con Continuum, album del 2006, che John Mayer raggiunge l’apice della sua espressività, accompagnato dal live da capogiro a Los Angeles Where the light is del 2008 con alcune delle canzoni di questo cd. È con pezzi come I’m gonna find another you, I don’t trust myself (with Loving You) che si narrano i dubbi in amore, su se stessi, sulla fine di una relazione, specialmente con il brano Slow dancing in a burning room, un blues lento che con la voce sensuale di John porta l’ascoltatore a sentire cosa si prova quando oramai si capisce che tra due persone è finita:

This is the deep and dyin’ breath of this love we’ve been workin on. Can’t seem to hold you like I want to, so I can feel you in my arms. Nobody’s gonna come and save you, we pulled too many false alarms. We’re goin down and you can see it too. We’re goin down and you know that we’re doomed, my dear, we’re slow dancing in a burning room. I was the one you always dreamed of, you were the one i tried to draw. How dare you say it’s nothing to me? Baby, you’re the only light I ever saw.

John Mayer, foto di Alexei HayMa John Mayer ci parla anche dell’autostima come nel singolo Say:

Take out of your wasted honor, every little past frustration, take all your so-called problems, better put them in quotations, say what you need to say ,say what you need to say […]
Walking like a one man army, fighting with the shadows in your head, living up the same old moment, knowing you’d be better off instead, if you could only
Say what you need to say, say what you need to say….

E anche del coraggio, dei sogni come in Bigger than my body con questa volontà di osare proprio come Amedeo Modigliani consigliava («il tuo unico dovere è di salvare i tuoi sogni»).

Queste le emozioni trasmesse con il suo blues che negli ultimi quattro anni si è trasformato sempre più in folk\pop. Ma questo non disturba affatto, perché criticare cambi di genere musicale quando si riesce a comunicare benissimo quello che si vive in prima persona? E in attesa del suo nuovo album (in uscita nel 2017 a quanto sembrerebbe) John Mayer ha pubblicato lo scorso settembre una foto (in copertina) su Facebook per ricordare i 10 anni trascorsi dall’album Continuum: due scatti sovrapposti quindi, il primo relativo al disco del 2006 e il secondo invece realizzato in un recentemente. Si può notare in entrambi la stessa espressione assorta, il medesimo sguardo rivolto verso il basso, ma nel secondo stavolta c’è un taglio di capelli nuovo, gli occhi semiaperti e qualche ruga sulla fronte, quasi a volerci comunicare questa sua introspezione che si sente nelle canzoni, il suo indagare l’amore e il sentirsi incapaci spesso nel sentirlo e nel capirlo.

Daniele Mininni per MIfacciodiCultura

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