Il Pop all’italiana in mostra alla Villa dei Capolavori

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Il Pop all’italiana in mostra alla Villa dei Capolavori

Antonio Fomez, Invito al consumo, 1964-1965
Antonio Fomez, Invito al consumo, 1964-1965

Nella Villa dei Capolavori a Mamiano di Traversetolo (Parma) soggiorneranno fino all’11 dicembre circa 70 lavori di maestri italiani che hanno ronzato intorno alla Pop Art. Sono nomi importanti nella storia nostrana degli anni Sessanta e Settanta, che hanno definito una maniera “all’italiana” di fare pop. L’esposizione Italia Pop. L’arte negli anni del boom, curata da Stefano Roffi e Walter Guadagnini, vanta opere provenienti dalla Fondazione Magnani Rocca, residente abitualmente nella villa, oltre che da illustri collezioni pubbliche e private.

La mostra si apre omaggiando importanti precursori, con due opere della stessa Fondazione: Piazza d’Italia di Giorgio De Chirico e Sacco di Alberto Burri. Sono le fondamenta del nuovo sguardo che gli italiani volgeranno al reale, dello spartitraffico dichiarato tra vecchia e nuova maniera di percepire la contemporaneità, la figurazione, l’oggetto. Il loro peso sul modo pop italiano del poi traspare anche dalla prima proposta della critica del tempo di parlare di questi nuovi artisti come di neo-metafisici.

Gli anni Cinquanta sono gli anni del secondo Dopoguerra, in cui l’Italia si trascina ancora gli strascichi della povertà del conflitto mondiale e qualche piccolo melodramma. Ma l’immaginario è già in odore di forme nuove, strappate agli scarti dell’arte americana, già in potente ripresa da più di un decennio. Anche in Italia progressivamente cambia il reale e la percezione dello stesso, si modellano stampi nuovi per rappresentarlo artisticamente, si masticano teorie diverse per pensarlo filosoficamente. A indicare la via sono Gianni Bertini, Enrico Baj, Mimmo Rotella, Fabio Mauri, che assaggiano la nuova miscela socio-culturale e tratteggiano le linee di un futuro Pop, riagganciando i neo-dadaisti statunitensi e gli esponenti europei del Nouveau Réalisme.

Alle origini delle espressioni più propriamente Pop degli anni Sessanta, si situano anche altri autori in mostra: Mario Schifano, Renato Mambor, Gianfranco Baruchello, che per primi iniziarono a speculare sui temi dello specchio e dell’oggettualità in pittura. Il tripudio artistico di quegli anni si consuma principalmente nei due centri nevralgici di Milano e Roma, ma Torino e la Toscana rimangono poco più indietro, come dicono le opere della nota Scuola di Piazza del Popolo.

Giangiacomo Spadari, Escambray monumento, 1968
Giangiacomo Spadari, Escambray monumento, 1968

L’esposizione si apre nel segno dell’entusiasmo e si chiude in quello della criticità: nell’ultima parte si parla di un’arte che fa politica, che piega i mezzi espressivi pop consolidati per veicolare messaggi espliciti. Sono gli anni delle contestazioni, quelli che invecchiano i Sessanta che vanno verso i Settanta. Gli esponenti che si prestano a giocare con la nuova figurazione critica sono Mario Schifano, Franco Angeli e Gianni Bertini, ma poi soprattutto Giangiacomo Spadari, Paolo Baratella, Fernando De Filippi, Sergio Sarri, Umberto Mariani, Bruno di Bello o Franco Sarnari, che contribuiscono a definire il Popism internazionale.

Le sale sfarzose della Villa dei Capolavori, di Luigi Magnani, albergano le opere della collezione Magnani Rocca, nell’intento dichiarato di promuovere la diffusione della cultura e dell’arte come sprone di crescita per la società civile. È visivamente potente quindi l’accostamento tra gioielli di gusto classico ed opere dal sapore novecentesco. Per preservare il vissuto che impregna i locali, si è cercato di mantenere pressoché inalterata la disposizione del mobilio, prevalentemente mobili e oggetti Impero, e mobili di Jacob.

A condire una collezione già di tutto rispetto, si inseriscono anche pezzi di design e rimandi all’editoria e alla discografia, che ricreano a tutto tondo per lo spettatore l’esperienza di questa accelerata significativa del made in Italy in direzione internazionale. Si chiude con una proiezione video del Piper Club di Roma, tempio della musica e del costume popolare anni Sessanta, che lascia nello spettatore un retrogusto poli-sensoriale del tempo.

Francesca Leali per MIfacciodiCultura

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