Ma Bob Dylan, questo Nobel per la Letteratura, se lo è meritato?

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Ma Bob Dylan, questo Nobel per la Letteratura, se lo è meritato?

13 ottobre 2016: Bob Dylan vince il premio Nobel per la Letteratura.

Ha creato una nuova poetica espressiva all’interno della grande tradizione canora americana.

Questi sono i fatti riportati nella maniera più scevra da opinioni.

Questa assegnazione non è esattamente una secchiata di acqua gelida: era da qualche anno (dal 2004 circa) che si prospettava questa possibilità e, una volta per tutte, la giuria ha deciso di non pensare alle conseguenze e fare la sua scelta.

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Bob Dylan

Il perché di cotanto tentennamento è ovvio: dopo la notizia dell’assegnazione numerosi scrittori, in primo luogo americani, ma non solo, si sono scagliati contro questa decisione.

Ci pensa Irvine Welsh, scrittore scozzese che ha dato i natali a Trainspotting, a dire crudamente come la pensa a suon di cinguettii:

Sono un fan di Dylan, ma questo è un premio nostalgia mal concepito strappato dalla prostata rancida di vecchi hippy balbettanti.

E ancora:

Se sei un appassionato di ‘musica’, cerca la parola nel dizionario. Poi cerca “letteratura”, quindi confronta le due cose.

In Italia la risposta che ha più risuonato è stata forse quella di Baricco, che afferma:

Che un drammaturgo vinca un premio alla letteratura ci sta, anche se in modo un po’ sghembo. Ma premiare Bob Dylan con il Nobel per la Letteratura è come se dessero un Grammy Awards a Javier Marias perché c’è una bella musicalità nella sua narrativa.

Insomma, qui il problema è, senza troppi fronzoli: la musica è letteratura? Anzi, come molti giornali hanno titolato, cosa c’entra la musica con la letteratura?

Prima di iniziare a cercare di capire se musica e letteratura siano davvero così inconciliabili, ricordiamoci che vincere il Nobel implica intascarsi circa 900 mila dollari di premio. Quindi, da questo punto di vista, posso capire chi fa notare come uno come Dylan non ha bisogno di essere messo sotto le luci dei riflettori né del ricco premio di Stoccolma. È anche vero che, in virtù di questo ragionamento, tutti i premi, dai Nobel agli Oscar, dovrebbero solo andare agli sconosciuti: se Bob Dylan è bravo (e penso che almeno su questo non ci possano essere dubbi) non è meno meritevole di un premio di altri solo perché è famoso.

Ma questo discorso, ovviamente, si va a sovrapporre alla questione più spinosa cui accennavamo prima: musica e letteratura, alla fine, sono assimilabili nella medesima categoria? Siamo davanti ad una questione di lana caprina o, forse, come al solito ci si lamenta quando qualcun altro vince perché è umano e regolare che non a tutti piacciano le medesime cose?

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Dario Fo riceve il Nobel

Ieri, purtroppo, ci ha lasciato anche Dario Fo e molti hanno subito fare notare la coincidenza per cui proprio lui, che vinse il medesimo Nobel nel 1997, sia morto nel giorno in cui lo ricevette lui e ora lo riceve Dylan. Siccome la morte veste tutti di beltà, la stampa non ha ricordato con la stessa foga quanto, ai tempi, tutti ritenevano che il famoso premio fosse andato nelle mani di un giullare, e non di un letterato. Fo non fu esattamente ricoperto di allori, in vita. Nemmeno quando vinse il Nobel per la Letteratura.

Ma il fatto che dieci anni fa vinse un giullare, e oggi un menestrello, dovrebbe forse farci riflettere tutti sulle origini della letteratura, sul passato delle grandi storie letterarie europee e non solo, ricordandoci che l’uomo non è nato con la penna in mano e non ha saputo scrivere sin da subito.

Le pitture rupestri, quelle che oggi passano come arte primitiva, erano una forma di narrazione. I canti degli aedi greci, o dei rapsodi che riportavano quelle storie (facendo grandi miscugli e confusioni), solo molto tempo dopo vennero riportati su carta.

Iliade e Odissea, oggi, non sono grandi misteri letterari per caso: il fatto che Omero non esista deriva proprio dal fatto che sotto al suo nome finirono i secoli di narrazioni orali sulle gesta degli eroi che, ad un certo punto, per comodità, vennero trascritti. E vennero scritti proprio per essere meglio cantati al suono della lira.

Così come nelle corti europee, Artù e tutti gli altri cavalieri nacquero per essere narrati e letti davanti agli annoiati nobili, divertiti dai giullari.

La lettura intimistica, fatta per sé, nel silenzio delle biblioteche, è qualcosa che va di pari passo con l’alfabetizzazione della popolazione e quindi con la sua ricchezza: un povero non ha tempo né soldi per studiare né per comprare libri. Soprattutto fino a quando non si inventò un modo più economico degli amanuensi per diffondere la parola scritta.

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Svetlana Aleksievich, scrittrice, Nobel alla Letteratura 2015, aveva suscitato comunque delle critiche

Letteratura e vocalità sono stati per secoli intrecciati, e non solo per la loro fruizione.

Vi ricordo che poeti come Dante o Petrarca (per fare due nomi rilevanti) scrissero le loro opere con attenzione geometrica alle composizioni. È solo con il Novecento che in Italia (ma non solo, pensando a Joyce che aveva liberato il pensiero con il flusso di coscienza) si abbandonano la rima e il verso rigidamente intesi. E. A. Poe, sempre per fare nomi poco noti, riteneva addirittura di donare più attenzione alla geometria delle poesie che al loro contenuto (forse ci crediamo poco, ma tant’è).

I tempi cambiano, e con essi la cultura e la sua fruizione: forse è ora di accogliere la così detta mass media culture nei nostri libri di testo, nelle Università e nella critica, senza magari relegare il prestigio di un artista al numero di premi vinti.

Anche perché, quando nelle scuole italiane si decide di inserire nello studio della letteratura la nostra grande canzone cantautorale, nessuno si indegna ma, anzi, si inorgoglisce.

Post Scriptum: sapete cosa hanno in comune Nabokov, Kafka, Tolstoj, Joyce, Twain, Proust? Non vinsero mai il Nobel.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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