#1B1W – “Cari mostri”: i mostri contemporanei di Stefano Benni

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#1B1W – Cari mostri: i mostri contemporanei di Stefano Benni

img_8094-1Stefano Benni è uno scrittore e giornalista italiano, sceneggiatore e autore televisivo. Con il suo stile satirico e humor che ormai è diventato marchio di fabbrica, è un fiore all’occhiello del panorama letterario italiano dei giorni nostri. Ha avuto grande successo anche all’estero ed è stato tradotto in 30 lingue e tra i suoi libri più famosi ricordiamo Bar Sport, Elianto e la Compagnia dei celestini. nel 2015 ha pubblicato Cari mostri, edito da Feltrinelli, e nonostante abbia tutta l’aria di un romanzo, si rivela una raccolta di racconti. Venticinque per l’esattezza, venticinque storie, venticinque mini mondi, inventati e non. Il filo conduttore del libro è l’idea di mostro. Le storie parlano di mostri dunque, ma non mostri fantasiosi, bensì mostri reali, concreti, tangibili che ognuno di noi può incontrare o addirittura essere.

Nell’ossimoro del titolo spiega bene ciò che è il tema del libro, che parla di cose terribili, di mostri, di terrori: questi però sono cari, più vicini a noi di quanto poi si riesca a immaginare. Nelle pagine Benni ci presenta i mostri di cui è composta la società in cui viviamo, le nostre paure, le nostre ossessioni, ci racconta quindi dei mostri attuali e improvvisati, incalzati da un sarcasmo pungente sui mali che affliggono vita di tutti i giorni: avidità, invidia, cattiveria, egoismo, paura, solitudine, menzogna. Questi, raccontati in maniera grottesca, aiutano a farci riflettere almeno un po’ sui paradossi della contemporaneità in cui viviamo e dei mostri che riesce a creare inconsapevolmente, delle nuove paure di cui ognuno segretamente soffre. E così che tutti possono diventare dei cari mostri: due teenager alle prese con i biglietti della loro boyband preferita, una professoressa di Archeologia esperta di mummie, Hänsel e Gretel 2.0, un parroco con una madonna che ride, gattare, vescovi, manager e uomini d’affari.

Nuove e vecchie paure messe a confronto, dove l’autore sembra passare il messaggio che il progresso ha fatto luce anche sull’aspetto più oscuro dell’animo umano, arricchendo il nostro bagaglio di timori, scoprendo di più il nostro lato oscuro, rendendo un po’ tutti dei mostri in fondo.

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Stefano Benni fotografato da Claude Truong-Ngoc nel settembre 2013

Ovviamente la raccolta è come sempre da leggere in chiave satirica, una denuncia alla società italiana e all’evoluzione incalzante che viviamo negli ultimi anni. Guidato dal filo conduttore dei mostri e delle nostre paure Benni riesce a far satira su tutti gli aspetti della società: chiesa, politica, tecnologia, annichilimento, sesso, denaro, potere, successo e guerra. L’autore riesce a farci riflettere buttando tutto in ironia come sempre, rendendo simpatico un libro dell’orrore, facendoci ridere delle paure moderne. Il lettore riesce ad immedesimarsi in almeno in uno dei mostri descritti del libro, sentendosi così partecipe in prima persona della critica dell’autore, trovando degli spunti su cui riflettere non troppo lontani da se stesso.

L’esperimento horror di Benni diventa la parodia dell’horror vero, riuscendo ad essere macabro e simpatico al tempo stesso. In queste pagine lo scrittore è  mutevole, ogni racconto è diverso per genere e stile da quello precedente, dimostrandoci le sue poliedriche capacità letterarie; nello stesso tempo riesce sia a reinventarsi che a rimanere fedele a se stesso.

Lo stile di Benni è sempre molto diretto, pulito e scorrevole. Gioca sempre nei suoi libri con le parole senza timore di inventarne di nuove, buffe e variopinte, dipingendo in questo caso un quadro tetro e spietato della realtà, mostrandocela proprio così com’è.

Benni è uno dei miei autori preferiti, sempre fresco e piacevole, che non si smentisce mai anche nei suoi esperimenti letterari. Cari mostri si rivela un libro leggero, che però allo stesso tempo vuole far riflettere sulla paura e l’orrore che ci circonda nel mondo in cui viviamo. Da leggere, sia per sorridere, che per spaventarsi un po’.

 

Giorgia Chiaro per MIfacciodiCultura

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