Lo scandalo del nome: il caso di Elena Ferrante

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Lo scandalo del nome: il caso di Elena Ferrante

Anita Raja
Anita Raja

In un’Italia divisa tra i sì e il no all’imminente referendum costituzionale, un inaspettato caso editoriale irrompe nella vita di un paese ormai uso alle peggiori nefandezze: chi è Elena Ferrante? E soprattutto la domanda che sembra interessare i lettori è: questo è il suo vero nome o soltanto uno pseudonimo?

Dai dati biografici sappiamo che è originaria di Napoli (dove è nata nel 1943), ha conseguito la maturità classica e la sua autrice preferita è Elsa Morante. Rispondiamo alla domanda iniziale, un quesito, usando un’espressione ormai abusata, da un milione di dollari: qual è il nome della scrittrice (o delle scrittore, perché no?). Nei giorni scorsi il Sole 24 Ore ha ipotizzato che dietro questo nom de plume potrebbe nascondersi la traduttrice Anita Raja, moglie dello scrittore Domenico Starnone. Questa tesi è stata avanzata sulla base delle incassi della casa editrice Edizioni e/o in concomitanza con l’uscita dei romanzi di Ferrante. Gli incassi del 2014 registrano un’impennata del 65% rispetto al 2013: il 2015 si è chiuso con un aumento del 150% rispetto al 2014.
In questa “caccia all’identità” abbondano le più fantasiose illazioni: Elena Ferrante potrebbe essere Starnone, il critico Goffredo Fofi, gli editori Sandro Ferri e Sandra Ozzola (delle Edizioni e/o). L’illustre italianista e scrittore Marco Santagata è dell’opinione che dietro lo pseudonimo si celi la normalista e accademica Marcella Marmo. I nomi si rincorrono, ma, a mio giudizio, l’eco mediatica diffusasi è ormai esplosa perché non si riesce, nell’età della tecnica e dell’esattezza, a dare un nome a una scrittrice di fama internazionale. Recuperando la critica heideggeriana alla tecnica, mi sento di dire che la vera fruizione dell’opera d’arte (in questo caso del libro) non dovrebbe risiedere nello stabilire l’identità dello scrittore, ma nel godere, pagina dopo pagina, dello sviluppo della fabula e dei colpi di scena. I pronunciamenti della stessa Ferrante del perché non abbia mai voluto svelare la sua identità emergono chiaramente nelle sue poche interviste: ella non intende apparire come tutti gli scrittori, dotati di un’esistenza parallela alla propria, dove appaiono come il pubblico vorrebbe, ma è il libro invece che deve godere una propria esistenza, di una propria autonomia. Esso deve configurarsi come un organismo autosufficiente, privo di qualsiasi comunicazione commerciale e auto-promozionale.

n-elena-ferrante-large570Elena Ferrante tratteggia un nuovo modo di essere scrittore nel nuovo millennio: il libro è più importante dello scrittore. Egli non scrive più in vista del guadagno o dell’auto-celebrazione, ma lo fa per il piacere di scrivere, senza cercare effimeri luccichii. Ma il xxi secolo, probabilmente, non è abituato a questa visione del mondo non affarista e si concentra soltanto sul mero dato identitario, invece che sull’estetica della lettura.  Penso che i lettori continueranno a leggere Ferrante anche senza conoscere il suo vero nome; in fondo l’amore per la lettura è più forte di quello di un nome. La società panottica, citando Foucault, chiede pegno esigendo di sapere chi sia veramente Elena Ferrante, ma sono dell’opinione che l’autrice debba nascondere il suo nome autentico e continuare a rimanere nell’anonimato.

Per approfondire:

Vattimo, G (2014) Martin Heidegger, Saggi e discorsi, a cura di Gianni Vattimo. Milano: Ugo Mursia Editore.

Andrea Di Carlo per MIfaccioDiCultura

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