“La Commedia umana”: Monicelli tra morte e risate

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La Commedia umana: Monicelli tra morte e risate

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Sordi e Gassman ne “La Grande Guerra”

Sebastiano Mondadori non è soltanto un parente di Mario Monicelli. Egli è soprattutto un fan del regista romano, colonna portante della Commedia all’Italiana. Il libro da lui scritto, La Commedia Umana, è un insieme di dialoghi con il regista, capaci di evidenziare il rapporto tra il Bel Paese e Monicelli, sempre in costante evoluzione. Una filmografia la sua mai banale, dove la risata si mescola al pianto e dove la morte si mescola alla vita in maniera quasi indissolubile.

Sebastiano Mondadori non era il solo a raccontare di Monicelli alla presentazione del suo libro, avvenuta la scorsa settimana. Un regista italiano infatti si è sempre ispirato a lui, non solo tecnicamente parlando, ma soprattutto per il modo di vivere ed intendere la vita: Giovanni Veronesi. I due hanno ripercorso la carriera del regista, dalle sue opere, al suo rapporto con gli attori, alla sua morte. Mondadori racconta del suo primo incontro con lui, apparso forse troppo brusco e indaffarato per un adolescente. In realtà Monicelli è sempre stato un grande lavoratore e non tollerava i momenti di pausa troppo lunghi o il poco impegno, anche dei personaggi secondari. D’altronde il regista nella sua lunga carriera, durante la quale ha firmato quasi sessanta film, ha incontrato i migliori attori della storia del cinema italiano, passando da Totò a Gassman, da Sordi a Mastroianni, stravolgendo spesso i loro ruoli. Nelle sue opere infatti il gusto per la tragedia si univa alla commedia e i suoi personaggi dovevano saper trasmettere le emozioni allo spettatore. Ne La Grande Guerra (uno dei film maggiormente citati da Spielberg) l’eroismo e la vigliaccheria non hanno confini precisi e spesso si trovano all’interno dello stesso personaggio. La sua impronta si vede nella trama: un anticonformismo che si stacca dalle orme della classica Commedia all’Italiana.

Ne La Commedia Umana, Mondadori racconta come a Monicelli interessasse raccontare la vita dei vinti e non dei vincitori. I vinti infatti sono dei disperati che falliscono in imprese più grandi di loro o sventurati che vanno quasi volontariamente a cercare la sventura. Raccontava di una povertà diversa da quella di oggi: oggi, a portare in scena la povertà si rischia di non essere apprezzati, mentre in passato essa racchiudeva la quintessenza della poesia poiché faceva ridere e sognare. Al regista non interessava mostrare la cornice di una scena, ma piaceva la sua sintesi, l’essenziale della storia.

La commedia umanaVeronesi ha spiegato, durante la presentazione del libro La Commedia Umana il suo rapporto con il grande maestro, anche attraverso aneddoti ed episodi, come quella volta che da una festa Monicelli e Haber tornarono a casa in motorino, come due semplici adolescenti. Monicelli era infatti un’anima giovane: amava ricordare come alla domanda «come fa a essere così pieno di vita?» rispondeva sempre «ho 90 anni ma ho la mentalità di un 80enne».

Il regista aveva il dono, grazie alla sua energia, di saper attrarre non solo lo spettatore, ma la gente in generale. Era un cattivo (soprattutto con se stesso) in realtà parecchio buono, addolcitosi man mano negli anni. Spesso nell’ultimo periodo amava ascoltare la radio e la televisione per sapere, come spesso ripeteva, che mondo di merda avrebbe abbandonato.

«Muoiono soltanto gli stronzi» ripeteva. Il 29 novembre 2010 Monicelli si lanciò dal quinto piano dell’ospedale San Giovanni di Roma. Veronesi e Mondadori hanno commentato la sua morte, senza usare toni tristi ma anzi, spiegando per loro le ragioni del gesto. Il primo ha spiegato come la morte del suicida (va ricordato che il regista aveva 95 anni) sia la morte del ribelle, dell’anima giovane, che non si adatta alle regole del mondo e quasi per dispetto verso di esso, lo abbandona. È però l’autore del libro La Commedia Umana a sottolineare come Monicelli, ironicamente, se ne sia andato con una scena madre, proprio lui che era appassionato delle scene figlie. Quel giorno l’Italia perse uno dei suoi massimi artisti capace di indagare, come raramente prima d’ora, le molteplici sfumature della vita dell’uomo.

Marco Gobbi per MIfacciodiCultura

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