Helmut Newton: genio, ironia e voyerismo in mostra al Palazzo Ducale

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Helmut Newton: genio, ironia e voyerismo in mostra al Palazzo Ducale

rue-abriot-parigi-1975-white-women-series-helmut-newton-estate-copyrightFino al 15 gennaio 2017 presso il Sottoporticato del Palazzo Ducale di Genova, per tutti gli amanti e non della fotografia sono in mostra 200 opere di Helmut Newton.

Helmut Neustädter (Berlino, 31 ottobre 1920 – West Hollywood, 23 gennaio 2004) tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta progettò e scelse personalmente le fotografie riunite nei tre volumi White Women, Sleepless Nights e Big Nudes e da questa selezione si articolano le sezioni della mostra a lui dedicata.

Entrando, si apre allo spettatore uno dei primi dittici della serie White Women, ovvero Rue Aubriot: una modella vestita con un tuxedo Yves Saint Laurent la cui bellezza androgina si contrappone a quella estremamente femminile della donna ritratta accanto. Per la prima volta lo stereotipo di femminilità, completamente nuda con indosso solo un cappello e tacchi si scontra con l’ambiguità, facendo capire che la donna può essere altro oltre a quello a cui si è abituati. Tra bianchi e nero, nudi e vestiti, colori e trasparenze si susseguono i luoghi di lusso per eccellenza, tra cui le piscine, habitat di mistero e incontri, simbolo della borghesia a cui Helmut Newton era stato strappato, a cui riuscì, grazie alla fotografia, a tornare.

Irriverenti e scandalosi, troviamo in mostra anche gli scatti eseguiti presso Villa d’Este sul lago di Como, realizzati per la rivista Réalité. Due sono sempre le versioni del servizio fotografico, una commissionatagli, l’altra eseguita per se stesso: le modelle sono ritratte prima vestite poi nude all’interno della sfarzosa villa e nei meravigliosi giardini all’esterno. Ma nel 1976, quando venne pubblicato il volume White Women, l’allora direttore della villa, scandalizzato dalle immagini, interdisse nuove visite al fotografo.

Self-portrait with wife and models, Vogue Studio Parigi, 1981, Big Nudes series, Helmut Newton Estate copyright
Self-portrait with wife and models, Vogue Studio Parigi, 1981, Big Nudes series, Helmut Newton Estate copyright

Addentrandosi nel vivo dell’esposizione e della ricerca, le modelle iniziano ad assumere un ruolo diverso (Sleepless Nights), infatti non sono solamente il pretesto per indossare un abito, diventano volti, creano storie da raccontare. Vestono corsetti ortopedici, si adornano di selle per cavalli come nella serie Saddle, dove Newton rappresenta la boutique di Hermès di Rue Saint-Honoré (Parigi) come fosse il più costoso e fastoso sexy shop dell’epoca, dove l’ispirazione a libri proibiti quali Histore d’O porta alla realizzazione di immagini spinte, estreme, in cui fanno capolino lucchetti e catene, «d’altra parte – come disse Helmut Newton – non faccio mai nodi troppo stretti». È una nuova donna, più libera di sperimentare, più vera, slegata dai dettami della società e vestita di un rinnovato senso del potere. Una donna troppo spesso confusa con i freddi e statici manichini di Store Dummies.

La mostra si chiude con la sezione dedicata ai Big Nudes: Newton dona una nuova dimensione alle sue immagini, la gigantografia, diventando il protagonista assoluto della fotografia del secondo Novecento. L’ispirazione gli viene fornita dai grandi manifesti che la polizia tedesca diffuse per ricercare i terroristi della RAF. Le donne nude sono le protagoniste assolute, simbolo di femminilità e fierezza, archetipo della donna anni Ottanta. Nell’immagine Self-portrait with wife and models si sprigiona l’ironia e il voyerismo del genio. Il fotografo è al centro, mentre tiene tra le mani la sua Rolleifex e scatta verso la modella Sylvia Gobbel riflessa allo specchio, alla destra la moglie June, dietro di lei una porta aperta lascia intravedere la quotidianità fuori dallo studio. Un’immagine fatta di sguardi, di occhi veri e fittizi, creata con giochi prospettici che rimandano a Las Meninas di Velázquez, dove lo specchio non è più solo uno strumento per creare illusione ma per sondare l’interiorità. Una ricerca che va oltre alla realtà rappresentata, un’interpretazione che le grandi riviste di moda non sempre gli permisero di pubblicare.

Marta Marin per MIfacciodiCultura

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