Lezioni d’Arte – Giacometti e la fragilità degli uomini sempre in bilico

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falling-man-1950Il tema della fragilità umana, di quella sensazione snervante di impotenza che sente l’uomo nei confronti della fugacità della vita, è stato da sempre affrontato, raccontato, ritratto ma mai nessuno è riuscito a riprodurlo concretamente più di Alberto Giacometti (Stampa, 1901 – Coira, 1966).

Lo scultore svizzero, noto per aver dedicato tutta la vita alla ricerca artistica, dopo dieci anni d’assenza, in seguito alla cacciata dal gruppo surrealista, torna sulla scena con una serie di opere dalla potenza emotiva fortissima. La sua forza creativa lo porta a trasformare in opera d’arte tutto ciò che cattura la sua attenzione guardandosi intorno.

Così Giacometti riflette su chi siamo, dove andiamo, cosa vogliamo.

Il frutto della sua riflessione ci cattura al primo sguardo. L’artista le ha chiamate “ricerche mancate” ma, in realtà, contengono tutta la verità dell’anima umana. Realizza sculture filiformi, all’apparenza imperfette, solcate da segni energici che mostrano visivamente la condizione universale dell’uomo, tutta la sua fragilità.

Quell’Uomo che cade opera del 1950, siamo tutti noi.

Alberto Giacometti parte da un’armatura di filo metallico, aggiunge materia, la plasma, cerca di raffigurare quello che vede nella sua mente. Ha immaginato quest’uomo che cammina a fatica, che incede tra le difficoltà della vita. Il passo è lento, pesante, egli non ha molte forze, ma uno spirito di sopravvivenza lo spinge a continuare. L’uomo cammina e perde l’equilibrio, sta per cadere. Il suo aspetto non è perfetto, non ha una fisicità classica e una superficie levigata. È ruvido, porta i segni del tempo, delle mani di Giacometti e spesso anche delle sue unghie. Porta addosso tutta la fatica e i segni del tempo. È consumato, ridotto ad uno scheletro, è quasi inesistente.

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Non è questa la rappresentazione concreta della fragilità umana? Di un uomo schiacciato dagli eventi, inevitabili e inspiegabili, o dalla sua mente, dai pensieri che lui stesso formula e che non riesce a controllare. Un uomo che cerca risposte, le insegue, desidera ossessivamente serenità e la trova solo per un breve attimo.

A furia di scavare Giacometti scopre l’anima delle cose.

L’uomo che cade è l’uomo moderno, che sta in piedi ma perennemente in bilico, pronto a crollare.

La nota fotografia dell’americano Richard Drew, scattata durante l’attentato alle Torri Gemelle, immortala Falling man anch’essa un uomo che cade e precipita nel vuoto. La posizione, con una gamba piegata ricorda molto il soggetto di Giacometti. La stessa fragilità, la stessa dignità, la stessa impotenza. L’uomo che precipita, per evitare altre morti, non è mai stato identificato. Non si conosce il nome, la sua storia ma egli rappresenta tutti gli uomini vittime della cattiveria umana e di un destino crudele.

L’uomo, e l’uomo soltanto, ridotto a un filo, nella miseria e nella rovina del mondo che si cerca a partire da niente. Estenuato, assottigliato, magro, nudo. Vagando senza ragione nella folla.

Francis Ponge, 1951

L’uomo raffigurato da Giacometti che oscilla durante il suo cammino, allunga una mano in cerca di un sostegno, getta la testa all’indietro, perde anche la forza nei piedi che erano saldamente ancorati al terreno. Si trova per un momento in quell’attimo di incertezza, sospeso nel nulla, nel vuoto. Costretto ad un’inesorabile caduta che presuppone tuttavia la possibilità di rialzarsi.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura    

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