I Grandi Classici – “Mastro-don Gesualdo”, i Vinti sono tra noi qui ed ora

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Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: – Roba mia, vientene con me!.

Mastro-don Gesualdo
Mastro-don Gesualdo

L’abbiamo già detto, oggidì Hemingway e Fromm non avrebbero dubbi, la sola cosa che conta è avere e desiderare, cose materiali beninteso, ché alla pace nel mondo ci pensa Miss Italia: l’avidità è buona, basta guardare Trump e Gekko, i lupi di Wall Street e della BCE, per tacer del vergognoso Briatore. Tutto si dirige precipitosamente a farci capire quello che cantava Madonna, che questo è un mondo materiale, null’altro conta se non il possesso. Nei giorni scorsi un 81enne delle mie parti ha ucciso il proprio cane a bastonate, e personalmente non escluderei che il pensiero, si fa per dire, che lo ha guidato sia stato proprio quello del contadino Mazzarò.

La citazione di cui all’incipit infatti è tratta da La Roba di Giovanni Verga: summa teologica, premessa necessaria, la novella presenta in nuce tutti e i temi ed il personaggio fondamentale di quel Grande Classico che è Mastro-don Gesualdo. Grandioso personaggio al titolo di una grandiosa opera, tra il secondo ed il primo libro dell’incompiuto Ciclo dei Vinti, tra I Malavoglia e Gesualdo non potevamo che scegliere quest’ultimo, non fosse altro che per la meravigliosa ironia di quel Mastro-don, che tiene sospeso il protagonista tra due mondi complementari ma del tutto impermeabili l’uno all’altro: quello del lavoro manuale e della fatica, e quello della nobiltà parassita e nullafacente.

Fin dalla prima parola sul frontespizio del libro, quindi, Gesualdo Motta è Vinto e destinato alla sconfitta perenne, Mastro-don che è due cose in una e insieme e quindi nessuna, trait d’union tra elementi non mescolabili come acqua ed olio, anello di congiunzione destinato all’estinzione dopo una vita breve e grama. Gesualdo, come persona, finisce per non esserci, cavaliere inesistente ante litteram, anche perché è l’unica figura capace di concepire una forma di ribellione allo status quo e già solo per questo motivo viene odiato da entrambe le parti in causa.

sicilia_rurale_fotografata_da_giovanni_verga-1È ben noto che letterariamente l’opera verghiana appartiene alla corrente verista: da questo si può ben comprendere come un romanzo corposo ed in bilico tra due realtà sociali tanto diverse come Mastro-don Gesualdo richiedesse un lavoro di preparazione pluriennale, il cui effetto maggiormente evidente è quello della perfetta resa linguistica delle varie classi sociali, che si distinguono ferocemente sin dal modo di esprimersi. Quello che maggiormente rimane di Verga, però, non è tanto lo stile della scrittura quanto l’ideologia che veicola nelle opere veriste (prima di accostarsi ad uno stile post-romantico). Edulcorando molto la forma testuale, un vecchio adagio ammonisce a non agitarsi troppo quando si viene “presi alle spalle” da nemico, in quanto si finisce per fare il suo gioco. I Vinti verghiani si agitano troppo e finiscono per fare il gioco del nemico, che è l’intera società; per loro non c’è speranza di riscatto, non provvidenziale-religiosa in un’ottica manzoniana, né sociale-laica secondo una visione alla Émile Zola.

Insomma, dall’Assommoir non si esce vivi, ipse dixit: il tempo ha dato ragione a Verga e non a Leonida, il mondo non è stato riscattato affatto dal misticismo e dalla tirannia, e per accorgersene basta aprire un qualunque social, un quotidiano, seguire una qualsivoglia trasmissione indifferentemente che sia il Grande Fratello Vip o Porta a Porta (ed è proprio indifferente).

D’altronde, che cosa distinguerebbe alla fine Mastro-don Gesualdo, accumulatore di beni ed arrampicatore sociale, dal genere che scialacquerà tutto quanto faticosamente accumulato? Quello che Verga nega, e lo fa molto bene, è la speranza di qualsiasi miglioramento sociale; ma giustamente nega la prospettiva della felicità, se non anche la ricerca, anche alle classi ricche e nobiliari. Solo modo di vivere, serenamente e non felici, è l’applicazione del concetto dell’ostrica, rimanendo cioè saldamente ancorati al proprio ambiente.

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Giovanni Verga

La facile obiezione è che tale visione contrasta con un’esperienza empirica: persone che scalano la piramide sociale, per dirla con Golding, ce ne sono ad ogni piè sospinto. Ma ci sentiamo di dire che, a ben guardare, si tratta di un moto apparente, un gioco di specchi in cui Alice non si trova mai: paradigmatico è il pur bellissimo film La ricerca della Felicità, di Muccino (non a caso), in cui null’altro si porta avanti se non il concetto della felicità equiparabile al successo economico, ossia quello che fa Gesualdo che a tal fine finisce per essere fagocitato dall’aridità delle persone di cui ha dovuto circondarsi a tale scopo. Non c’è, quindi, in Verga come in Muccino, alcuna evoluzione, ma soltanto un accumulo: chissà, forse con una evoluzione personale ed un miglioramento economico potremmo pretendere di liberarci dall’etichetta di Vinti.

Si tratta, però, di un mutamento genetico di portata pari alla nascita dei mammiferi in un mondo popolato da rettili, in cui tutte le carte ed i dadi sono truccati dall’inizio, principi e valori sono del tutto sballati (se è pur vero che fare carte false per il nuovo modello di Iphone non è edificante, lo è altrettanto che la cosa non dovrebbe essere criticata da chi vende scarpe di plastica al costo di uno stipendio): se è pur vero che i Vinti economici esistono ancora, grazie ad un’economia globale eminentemente speculativa, è anche vero che coloro i quali soffrono di fame epistemica sono destinati a non minori e più piccole sconfitte da parte dei primi della classe, ghignanti e ignoranti che, in un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre, ci si trovano a meraviglia.

Avanza a grandi passi la generazione dei Vinti Culturali: asfaltate quel dannato Gargano, i Gesualdo e i Salina chiedono regali sollazzi.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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