E-Motion Pictures – Romy Schneider

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E-Motion Pictures – Romy Schneider

L’attore non recita le parole ma i sentimenti, ché la parte è fatta non di parole ma del sottofondo affettivo: è quella la parte nascosta da scoprire dell’attore.

Konstantin Stanislavskij

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Romy Schneider sul set de “La Principessa Sissi” (1955)

Se recitare significa attingere al proprio bacino di ricordi e di emozioni, si capisce perché molti attori divenuti leggendari avevano alle spalle una vita fatta di privazioni e di dolori: Audrey Hepburn aveva vissuto sulla sua pelle gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, Marilyn Monroe era diventata un’icona e come tale era stata trattata da chiunque le stesse attorno. C’è stata un’attrice che nel suo speciale mode è entrata nell’olimpo delle belle, brave e dannate: proprio come Audrey Hepburn era nata e cresciuta sotto l’ombra della svastica nazista, proprio come Marilyn Monroe era stata tiranneggiata da una madre assente e come lei fu vittima di una morte ambigua, attorno alla quale si sono scatenate le fantasie dei complottisti: suicidio o no, la scomparsa di Romy Schneider (Rosemarie Magdalena Albach-Retty, Vienna, 23 settembre 1938 – Parigi, 29 maggio 1982) è stata una grande perdita per il cinema europeo.

Nata a Vienna nel 1938, soffrì sin da subito le conseguenze di una famiglia spaccata a metà e di una madre che la abbandona in un collegio salvo ripescarla qualche anno dopo per farla diventare un’attrice di successo. Inizialmente recalcitrante, Romy non vedeva di buon occhio la cinepresa, alla quale preferiva i pennelli e le tele della sua vera passione, la pittura: tuttavia si lascerà convincere e a diciassette anni si cala nei corsetti della Principessa Sissi (1955-1957) ruolo che interpreterà altre due volte e che le regalerà fama, successo e i biasimi di qualche critico intellettualoide, che snobbò la trilogia perché troppo “popolana”. Vittima del cosiddetto type-casting, gli occhi azzurri e i capelli biondi, il viso dolce e malinconico facevano di lei l’interprete ideale dell’ingenue innocente, sfiorata ma mai travolta dalla passione: in questo stereotipo, Romy recita in Kitty (1956), Piccolo posto in Paradiso (1957) e in Eva. Confidenze di una minorenne (1958).
È proprio il 1958 l’anno della svolta: imprigionata in ruoli tutti simili, insofferente perché limitata dalle scelte che per lei vengono compiute dalla madre Magda, Romy otterrà una parte ne L’amante pura. Il film, che in verità molto differente dai suoi predecessori non è, è però l’occasione di emancipazione: l’incontro con il co-protagonista Alain Delon e la relazione che sboccia sul set e che dura cinque anni, le consentono di prendere in mano le redini della sua vita, trasferendosi definitivamente a Parigi per lo scorno dei suoi connazionali.

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Romy Schneider e Alain Delon ne “La piscina” (1969)

La vita parigina le sorride: Romy non è più unicamente Sissi, tant’è che le sue quotazioni salgono, facendo di lei un’attrice contesa fra i più grandi. La vogliono Orson Welles ne Il processo (1962) Luchino Visconti in Boccaccio ’70 (1962) e in Ludwig (1972) – dove ironicamente tornerà a interpretare una Sissi lontana anni luce da quella degli esordi – e Woody Allen, qui alla sua prima sceneggiatura, in Ciao Pussycat (1965).

Ne La piscina (1969) Romy si riunisce con Delon, cementando un  legame che, seppure non più romantico, durerà per tutta la vita: vita che, sul fronte privato, non fu poi così felice. Turbolenta, bruciante di passioni, sfortunata e dolorosa, quella di Romy fu un’esistenza tormentata dai ricordi di infanzia, dall’amore naufragato con Delon, dal suicidio del primo marito Harry Meyen, dal divorzio dal secondo, Daniel Biasini, da una dipendenza da alcool e, soprattutto, dalla tragica morte del figlio David. Il tormento se lo portò dietro per tutta la vita, fino a quel famoso 29 maggio, quando fu trovata morta, seduta alla scrivania, con una penna in mano e una lettera interrotta da quello che, presumibilmente, fu un attacco cardiaco.

Delon, avvertito di quanto successo, le scrisse una lunga lettera di commiato:

Mia Puppelé, ti guardo ancora e ancora. Voglio divorarti di sguardi. Riposati. Sono qui, vicino. Ho imparato un po’ di tedesco, grazie a te. Ich liebe dich. Ti amo. Ti amo, mia Puppelé.

Giulio Scollo per MIfacciodiCultura

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