I Grandi Classici – “Memorie dal sottosuolo”, la vita inutile secondo Dostoevskij

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Il giocatore, Delitto e castigo, L’idiota, I demoni, I fratelli Karamazov. Piuttosto ovviamente, stiamo parlando di Fëdor Michajlovič Dostoevskij e delle sue opere maggiori, ognuna delle quali potrebbe a buon titolo venire trattato come un Grande Classico. La cosa apparentemente più logica sarebbe trattare de L’Idiota che, come per Musil e il suo Uomo senza Qualità, sentiamo particolarmente vicino. Invece, oggetto di questa piccola riflessione è l’opera immediatamente antecedente al soprastante elenco, il quale è in ordine temporale: ci riferiamo a Memorie dal Sottosuolo, pubblicato già nel 1864 mentre la sua ultima opera, I Fratelli Karamazov, è invece del 1880.

fedor-1Considerato una tappa centrale nel percorso artistico e spirituale, il romanzo colpisce per la sorprendente modernità/universalità del tema e del suo dipanarsi, tanto che la trama appare quasi un giustificativo, assolutamente secondaria rispetto al quasi-flusso-di-coscienza (che rimanda ad infiniti epigoni, se non nello stile, nella sostanza da Joyce a Svevo, da Ken Kesey a Paul Auster). Per tale motivo la seconda parte, dal fascinoso titolo A proposito della neve bagnata, è sicuramente accessorio rispetto alla prima, intitolata semplicemente Il Sottosuolo, e asseriamo senza tema di smentita (e chi potrebbe mai farlo, peraltro?) che oggidì questa troverebbe pubblicazione a sé stante, mentre la seconda parte ed i suoi episodi  – una sfida a duello e la finta redenzione di una prostituta – verrebbero dilatati sino a quintuplicare la dimensione originale arricchendoli di particolare di pura azione completamente inutili. In ogni caso, in tali episodi Dostoevskij rinforza i tratti caratteriali del personaggio che è anche l’io narrante, narratore onnisciente, e tratteggia gli aspetti caratteriali e le azioni conseguenti di una discesa agli inferi, un ascensore per l’inferno su cui in fondo possono salire tutti coloro i quali possiedano i tratti dell’abiezione. Il sottosuolo pertanto, a nostro giudizio, non è soltanto l’inconscio del narratore, che pure viene indagato a lungo ed in profondità (ovviamente, diremmo e diremo), ma anche il livello etico e morale in cui lo stesso discende a livello pragmatico in conseguenza della propria condotta scellerata.

Memorie dal sottosuolo
Memorie dal sottosuolo

Essendo onnisciente, il narratore dostoevskiano trova nella seconda parte i motivi del proprio autoritratto della prima parte, dai toni durissimi senza alcuna empatia autoreferenziale: egli si definisce un uomo superfluo, senza alcuna utilità, per quanto nelle riflessioni che ci propone egli colga la contraddittorietà della propria acuta intelligenza. Il risultato pratico di quest’ultima è però, appunto, inutile: pur prendendo atto di una quale certa ricchezza interiore e acutezza di visione, egli non ne trae alcun beneficio pratico, cosa che interpreta come un totale, costante fallimento per il quale, quantomeno, soffre in maniera estremamente viva.

Una delle immagini che ci ha suscitato la lettura, vaganti in maniera lisergica quasi nella nostra altrettanto inutile dura madre, è il favoloso movimento di macchina all’indietro che chiude il brillante Una donna in carriera, dal PPP al campo lunghissimo a sottolineare l’omnia vanitas vanitatis che è la morale del film, ovvero la vacuità e sostanziale inutilità del “successo” che ottiene la protagonista.

L’attualità di Dostoevskij di cui parlavamo è proprio questa: abbiamo preso a Grande Classico Memorie dal Sottosuolo perché con esso zio Fedor parte con il tratteggio di questi ribelli senza causa (nei propri monologhi il narratore raggiunge spesso livelli di quasi delirio). Sono uomini soli (sì, è una citazione), gente che ha perso la strada e magari non sa neppure quale fosse, tale strada; sono quelli che Bret Easton Ellis descrive con una definizione di valore “meno di zero”, personaggi che si prostituiscono accanto a fuochi di vanità, i nulla danzanti delle feste di Gatsby o di Arcore, i Vecchioni.

Ma l’io narrante di Dostoevskij riflette, su sé stesso, forse e soprattutto perché altro non potrebbe fare:

E, del resto: di cosa può parlare un uomo come si deve con il maggior piacere possibile? Risposta: di sé stesso. E allora parlerò di me stesso.

fedor-falli2-1Ecco, il punto di caduta che ci condanna, la forbice che si allarga: la riflessione è morta, il pensiero che duri più di un minuto è già affaticante, i personaggi, pseudo Vip da Grande Fratello televisivo o comuni mortali che siano evita di guardare dentro sé stessi come Dorian Gray evitava di guardare il proprio ritratto e come gli obesi evitano specchi e vetrine; la massa di pierre e veline, di ultras e di mastechef, di tronisti e spacciatori di ovvietà, tutti persi in una Waste Land dove nulla conta e tutto è indifferente, tutti molti piani sotto il pur superfluo io narrante di zio Fedor.

Oh, signori, forse io mi credo un uomo intelligente solo per il fatto di non essere mai riuscito a cominciare né a concludere niente. Ammettiamo pure, ammettiamolo, che io sia un chiacchierone, un inconcludente, fastidioso chiacchierone, come tutti noi. Ma cosa posso farci, se la prima e l’unica missione di un uomo intelligente è fare delle chiacchiere, vale a dire, con la testa, travasare il nulla nel vuoto?

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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