Fra ragione e sentimento nella Roma di Catullo

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Fra ragione e sentimento nella Roma di Catullo

bscatullo2-1Diciamocelo: quando si tratta dell’amore, nessuno di noi rimane impassibile di fronte a tal argomento. Già, parlo proprio del “amor che move il sole e l’altre stelle“, che da sempre è il primo pensiero di ogni cosa, la causa che fa girare il mondo, l’ispirazione vitale per ogni artista, che sia un musicista, un pittore o un tanto caro amato poeta “maledetto”.

Shakespeare? Prévert?  D’Annunzio? Non proprio.

Quando penso alla figura dell’amore nell’arte ed in particolar modo nella letteratura, mi piace ricordarlo con la stessa passionalità con cui lo vivevano gli antichi, nello specifico i latini: l’amore era considerato come centro del mondo, semplice nella sua naturalezza e spontaneità, ma al tempo stesso intenso e perseguitato, dai neoterici, i famosi poetae novi, come li chiamava il grande Cicerone. Quindi, non possiamo non citare l’immenso Catullo, amabilmente tenero, quanto tormentato.

Gaio Valerio Catullo nacque a Verona nel 84 a. C. Entrato a far parte nei circoli della “Roma per bene”, visse nella frenetica capitale sino all’anno della sua morte, il 54 a. C., “vivendo e amando” passionalmente (condizioni esistenziali per la sua etica) con tutto se stesso, così come indirettamente insegnava ai suoi amici poeti e “seguaci” della nuova arte prosastica, aprendo la strada ad un nuovo modo di esprimersi e di concepire la vita secondo la propria soggettività. Fu capostipite di questo nuovo movimento, precisamente neoterico, poiché si rifaceva ai modelli greci principali, quali Callimaco e gli alessandrini minori (dal gr. esōterikós, interno, dunque colui che esprime la sua interiorità), o più semplicemente detto dei poetae novi appunto: gli appartenenti a questa corrente affermavano un nuovo modo di vivere, facendo dei propri sentimenti il centro e  il fulcro della loro vita intellettuale, anteponendoli a valori quali la civitas o la vita activa, ovvero ciò che fino a quel momento aveva reso grande Roma nonché l’unica potenza indiscussa nel Mediterraneo.

Dunque Catullo, che aveva provato ad avvicinarsi alla vita politica ma senza successo, sentiva particolarmente suo questo nuovo modo grecizzante di esprimersi, di sentire la vita, e non ci mise molto a capire che presto quel suo sentimento frivolo e crescente, che nutriva per la sua desiderata Clodia, ben presto gli avrebbe portato fortuna nel mondo della cultura romana. E così fu. Catullo era innamorato.

Catullo scriveva l’amore perché lo viveva, lo bramava a tal punto di dare tutto se stesso, così come fece con il suo “cuore” che lo donò alla sua amata puella Lesbia. Lei, donna frivola e libertina, dai facili costumi e i gusti raffinati, veniva soprannominata così da lui per via dell’amore che provava nei confronti della sua dotta Musa greca, Saffo. Ma Lesbia, che sapeva anche essere una perfetta mangia uomini, una dominatrice incallita, diventò così la sua gioia e la sua rovina, il centro del suo “mondo tormentato”, animato da sentimenti positivi e negativi, felici e appassionati, molto intensi.

Sono tanti i carmi dedicati alla sottoscritta, ma fra la sua vasta produzione, ce ne uno che mi piace in particolar modo ed è il numero 72 del Liber catulliano. Lei è ancora una volta protagonista della bellezza del suo talento e stavolta Catullo ci racconta la causa principale del suo dissidio interiore: l’inganno di Clodia. Ella lo seduce e gli fa credere di amarlo, poi lo abbandona e lui si addolora. Ma il suo non è un semplice odio scaturito dall’allontanamento, al contrario, accetta la brutalità dei suoi sentimenti ammettendo di amarla ancora, anche se è da folli, e di accettare questo suo comportamento del tutto inopportuno, che razionalmente parlando dichiara di volerle “meno bene” anche se fa parte di lei.
Ecco che ancora una volta, Catullo si trova a dover combattere fra le due fazioni: è la tentennante  lotta perenne fra la ragione e la passione, il bene e il male, la vita e la morte. Inizia dicendo:

Dicebas quondam solum te nosse Catullum,
Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.

Una volta dicevi di conoscere solo Catullo,
Lesbia, e di non voler avere nemmeno Giove al posto mio.

catullo-e-lesbia1-1Quel «diceva quondam solum te nosse Catullum» indica quanto sia limitato (seppur risulti strano immaginarlo) l’universo attorno il quale i poeti nuovi scrivono e sentono di appartenere e cioè quello spazio delimitato dal desiderio dell’amata e dalla soggettività umana.

Tanto era il suo amore, così come quello che credeva di ricevere, che sembrava perfino capace di rinunciare ad amare il padre di tutti gli dei: ricordiamo che per l’uomo antico, a differenza di quello moderno, la fede era uno dei pilastri importanti nella sua vita, e spesso i riferimenti ad essi pongono le persone tanto importanti e immortali proprio come gli dei.

Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,
sed pater ut gnatos diligit et generos.
Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,
multo mi tamen es vilior et levior.

Una volta ti amavo, non tanto come la gente comune ama un’amica,
ma come un padre ama i generi ed i cognati.
Adesso ti ho conosciuto: perciò anche se ardo con maggiore violenza
tuttavia mi sei molto più senza valore e di poca importanza.

Notiamo che il primo verbo, il perfetto del tempo “dilexi”, dal  paradigma del verbo composto dis+ lego, significa propriamente “scelgo fuori”. Indica un amore sensuale, l’amore frutto di una scelta in cui “l’ardor amoroso si mescola la tenerezza premurosa, lo stesso sentimento che il padre ha per i figli e per le figlie. In tal eccezione, il termine assume i significati di onorare e avere caro, dunque gli stessi sentimenti che Catullo prova per Lesbia. «Una volta ti amavo» sottolinea una mancata adesione al presente, rafforzata ancor di più dalla unicità del sentimento con il quale si dedicava a lei, nonostante non facesse parte della cerchia degli affetti e delle amicizie care.

«Adesso ti ho conosciuto» da qui inizia la seconda parte del carme, quasi risuonasse come una sentenza rinnovata, che esprime un senso di riscoperta verso lei e se stesso: per questo sembra lasciarsi il passato alle spalle, proiettandosi in un presente caratterizzato dalla consapevolezza, «che arde con maggiore violenza» e che lei, non è la persona che  ha conosciuto e che dunque pensa di non poter continuare ad amare.
L’incertezza del suo amore lo ritroviamo nel: «tuttavia mi sei molto più senza valore e di poca importanza».

Qui potis est, inquis? Quod amantem iniuria talis
cogit amare magis, sed bene velle minus.

Come è possibile dici? Perché tale offesa
costringe l’amante ad amare di più, ma a voler bene di meno.

Ed ecco che, tuttavia, per quanto possa convincersi che il suo modo di amarla sia razionale, si apostrofa chiedendosi come è possibile che tale offesa lo costringe, a continuare ad amarla di più, proprio lui, l’amante che arde di passione. Ma l’ardor non è tale da influenzarlo del tutto, infatti, si riserva quella piccola parte di lucidità che gli consente di capire che non può abbandonarsi del tutto all’amore e dunque, razionalmente le vuole bene di meno anche se la ama perdutamente. Ed è proprio questo il vero “dramma” di tutta la vicenda: la ragione che lo indice a ritrattare, cercando di allontanarsi dall’amore e che spera sfoci in un semplice bene, anche se tuttavia sa che da questa lotta non ne uscirà mai.

Catullo non è razionalità, lui è passionalità, forza, carica, grinta. Catullo non accetta quell’amore ardente e ossessivo, che nutre, ma lo fa suo malgrado, perché solo così sa che può sentirsi vivo. Catullo, come sostiene lui stesso nelle sue poesie, è un uomo tormentato, spossato e logorato da questo continuo mutare di sentimenti, che alimentano la fiamma del suo amore e della sua vita. Catullo è un continuo oscillare fra «odi et amo».

Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile;
non so, ma è proprio così e mi tormento.

Traduzione di S. Quasimodo

Maria D’Urso per MIfacciodiCultura

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