Il simbolico e tormentato Cesare Pavese

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Il simbolico e tormentato Cesare Pavese

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

Cesare Pavese

Cesare PaveseCon queste ultime parole lasciate sul frontespizio di una copia de I dialoghi di Leucò, lascia la vita terrena Cesare Pavese, morto suicida il 27 agosto del 1950, all’età di soli 42 anni.

Lo scrittore, poeta, saggista e traduttore, originario di un piccolo paesino nelle Langhe, Santo Stefano Belbo, dove vi nacque il 9 settembre 1908, visse per tutta la vita una profonda oscillazione tra il desiderio di solitudine e il bisogno degli altri. L’educazione severa e rigorosa della madre contribuì a rendere Pavese ancora più introverso e instabile. Per gran parte della sua vita fu perseguitato da quello che lui stesso definì “vizio assurdo“. L’angoscia e il rimorso lo segneranno fino a portarlo a quell’ultimo disperato gesto.

Fin da giovanissimo fu un appassionato dei grandi autori Americani a lui contemporanei, tanto da divenire uno dei maggiori traduttori del paese. Contribuì a incrementare quello che negli anni ’30 era definito il “mito Americano”.
Walt Whitman fu uno degli autori preferiti dello scrittore, al quale va riconosciuto il merito di averlo reso libero dai metri tradizionali. Infatti i romanzi pavesiani posseggono una trama narrativa quasi inesistente tanto da parere scarni e poveri. Il ritmo è il vero protagonista della vicenda. L’autore segue le leggi della dinamica e della ripetizione, scegliendo solo pochi punti cardine, poche parole ripetute continuamente, senza tentare di ampliarli o svilupparli.

Cesare PavesePavese in una sorta di Zibaldone, che successivamente intitolerà Mestiere di vivere, annota scrupolosamente come devono essere ricreate le immagini, sulla necessità dell’uso della commozione, di un sentimento in grado di sconvolgere il lettore, di colpirlo emotivamente. Lo scrittore vuole tornare all’origine della parola, la carica di ogni significato applicabile e di grande reattività da parte del lettore, trasformandola in simbolo. Egli infatti non vuole riportare la realtà oggettiva, quanto quella simbolica. Quella che si nasconde più in profondità. Il simbolo diventa mito, il mistero, l’arcano verso cui la poetica deve tendere, l’elemento da svelare e dominare.

In questo modo parole come “sangue”, “morte”, “terra” o “nemico”, ripetute numerose volte, nella filosofia Pavesiana sono pregne di significati nascosti e gravate di un forte impatto emotivo.

Ne La casa in collina l’autore spinge all’estremo il suo sentimento di esclusione e rimorso nel non aver potuto e voluto partecipare attivamente alla guerra. Nell’opera la parola “nemico” al meglio riassume questo profondo senso di angoscia.

Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

Camilla Ghellere per MIfacciodiCultura

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