Diane Arbus in mostra al Met: le origini di un mito

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Diane Arbus in mostra al Met: le origini di un mito

Diane-Arbus (1)Fino al 27 novembre il museo The Met Breuer, nuovo spazio del celebre Metropolitan Museum sulla Fifth Avenue di New York, ospita la mostra Diane Arbus: in the beginning, interamente dedicata al lavoro della celebre fotografa newyorchese Diane Arbus (Diane Nemerov, New York, 14 marzo 1923 – Greenwich Village, 26 luglio 1971).

Avvicinatosi alla fotografia in giovanissima età, complice la collaborazione con il marito Allan Arbus, fotografo dell’esercito prima e fotografo di moda poi, che le regalerà all’età di 18 anni la sua prima macchina fotografica, e l’aiuto del padre David Nemerov, proprietario della catena di grandi magazzini Russek’s, Diane Arbus inizia la sua carriera come fotografa di moda e abbigliamento, lavorando per riviste come Glamour, Vogue e Seventeen.

Dopo la separazione dal marito, e con il passaggio all’età adulta, Diane Arbus maturerà in modo indipendente le caratteristiche della fotografia che siamo abituati oggi ad immaginarci sotto il suo nome. Grazie al distributore cinematografico Emile de Antonio, Diane Arbus vede Freaks, cult movie di Tod Browning: quest’ultimo segnerà indissolubilmente lo stile della Arbus, che entrerà nello stesso periodo nel giro del locale Club ’82 di Manhattan per fotografarne i bizzarri frequentatori. Tra i più noti ricordiamo una donna che si veste da uomo, un nano messicano e un gigante cieco che si veste da vichingo.
Da qui la definizione di “fotografa dei mostri”, che Diane Arbus tanto detestava, ma allo stesso tempo avviene il definitivo riconoscimento delle sue indiscusse doti come fotografa, sancite dalla vittoria di una borsa di studio presso la Fondazione Guggenheim che le permetterà di conoscere i grandi fotografi del tempo, tra i quali anche Richard Avedon, e di mostrarsi al mondo dell’arte per  il suo effettivo talento.

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“Freaks” di Tod Browning

Da sempre in lotta con la depressione, tuttavia, Diane Arbus attraverserà momenti di grande dolore, evidenti anche nel suo lavoro. Sceglierà come soggetto delle sue fotografie, tra gli altri, sosia di personaggi famosi, i disabili di un istituto locale e prostitute e clienti di diversi bordelli sadomaso, quasi a voler rappresentare quel male del mondo che le sembrava restasse in qualche modo nascosto sotto il velo della falsità di coloro che amavano definirsi “normali”.

Le critiche del pubblico, come si può immaginare, erano durissime, tanto quanto ingiuste, contro una donna che credeva fermamente nel suo lavoro, un lavoro prettamente di ricerca artistica ed esistenziale di indiscutibile valore. 

Diane Arbus era un personaggio eccentrico di difficile comprensione, che non solo si limitava a fotografare i soggetti dei suoi lavori, ma che amava anche legarsi a loro, conoscerli nel profondo, per riuscire così ad esprimere nei suoi scatti tutta la forza della verità, quella verità che si vede negli occhi e nelle cicatrici di un corpo in lotta con il mondo, al di là della apparenze e di tutto ciò che può sembrare strano a chi si rifiuta di guardare, e si limita invece a vedere soltanto.

Diane Arbus purtroppo cederà a quel male che sentiva dentro e anche a causa del suo enorme successo, in costante scontro con le critiche più aspre, non sopporterà più il peso del mondo. Era il 26 luglio 1971 quando decise di suicidarsi, ingerendo una forte dose di barbiturici e tagliandosi i polsi nella vasca da bagno: verrà trovata con il corpo già in stato di decomposizione avanzato soltanto alcuni giorni dopo.

00_diane_0 (1)La mostra Diane Arbus: in the beginning racconta questo e molto di più. Racconta le origini del mito, partendo dalle radici della vita di una donna il cui posto tra i più grandi artisti di sempre verrà consacrato, come purtroppo spesso accade, soltanto dopo la sua morte. 

Al momento della sua morte, molti dei lavori di Diane Arbus erano stipati in scatole nascoste nella sua camera oscura, situata in quello stesso appartamento, al numero 29 di Charles Street, Greenwich, nel quale si toglierà la vita: in questa mostra, per la prima volta, molti di questi lavori saranno visibili al pubblico.
L’esposizione è dunque un viaggio nell’anima segreta di una delle fotografe migliori mi sempre, che ripercorre attraverso più di 100 fotografie i sette anni più densi della sua vita e della sua carriera, dal 1956 al 1963, permettendoci di entrare in quell’universo parallelo che è la realtà più reale, quella nella quale temiamo di imbatterci ma con cui tutti dobbiamo scontrarci, in nome della vita al di là del velo di Maya dell’illusione.

Chiara Parodi per MIfacciodiCultura

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