Quel patrimonio culturale spazzato via dal terremoto

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Quel patrimonio culturale spazzato via dal terremoto

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Amatrice (Ri) dopo il terremoto

Questi sono i giorni del cordoglio, del lutto nazionale, della disperazione e della presa di coscienza: il terremoto che ha colpito il Centro Italia ha spezzato tante vite e distrutto più di un paese, e pare forse inopportuno fare la conta anche delle tante bellezze storiche e artistiche che ormai sono andate in pezzi, eppure anche queste sono testimoni di una strage. Di una ferita altrettanto profonda che forse mai troverà guarigione.

Il cuore dell’Italia è stato colpito, ancora: una terra tanto sismica quanto fertile per la storia e la cultura, un luogo dove sono state innalzate le testimonianze umane della ricerca architettonica e artistica nei secoli, cittadine, borghi, paesi custodi di tesori troppo spesso dimenticati. Sull’Appennino, lontano, ma neanche troppo, dalle città più blasonate e sponsorizzate, c’è un territorio di cui molti ignorano quasi l’esistenza, la cui notorietà è legata principalmente ad un sugo per la pasta (anch’esso patrimonio di altissimo valore e importanza, sia ben chiaro).

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La chiesa di San Francesco ad Amatrice

Eccoci dunque, ad osservare l’Italia medievale mentre si sgretola, con la memoria che subito va al terremoto che colpì l’Umbria e le Marche 19 anni fa (deturpando tra gli altri la basilica di San Francesco di Assisi) e soprattutto a quello che fece tremare L’Aquila e l’Abruzzo nel 2009 e che rese il centro storico del capoluogo di Regione abruzzese sostanzialmente “fantasma”. Mentre i secolari mattoni cedono alla forza delle scosse, ci si domanda come mai anche le strutture moderne, costruite con più coscienza, risorse e conoscenze, si siano arrese la notte del 24 agosto.

Accumoli ed Amatrice in provincia di Rieti, e Pescara del Tronto (Ascoli Piceno) sono stati i centri più colpiti in quanto in prossimità dell’epicentro delle scosse. 294 i morti, quasi 400 i feriti e migliaia di sfollati, e paesi che non esistono più. Amatrice alcuni dicono non esista più. Un comune sparso, con decine di frazioni incastonate sulla spina dorsale della nostra penisola: sono 221 gli amatriciani che hanno perso la vita, che per un paese di 2600 anime è una tragedia che assume tratti ancora più gravi.

Chi dunque restituirà agli abitanti della Valle del Tronto le loro case, i loro paesi e le loro antichissime chiese e i loro meravigliosi palazzi? Cosa potrà ripagare anni di mancati restauri e di messe in sicurezza dimenticate?

Il ministro dei Beni Culturali ha già attivato i Caschi blu della cultura e la sezione dei carabinieri specializzata nel recupero e salvaguardia di beni culturali, al fine di “salvare il salvabile” come si suol dire. Ma Amatrice, inserita nella lista de “I borghi più belli d’Italia”, e tutti gli altri paesi si leccano le ferite e pensano tra le lacrime a come ricominciare, tra le macerie e le antiche testimonianze umane distrutte, tra chiese e musei collassati.

C_2_fotogallery_3004422_10_imageMa anche Norcia, in provincia di Perugia, ha registrato danni: la città natale di San Benedetto, ha guardato la sua basilica dedicata al padre fondatore dei monaci benedettini e il campanile crollare. Ed anche Macerata e la sua provincia contano gli edifici religiosi e il loro contenuto ormai andato in pezzi.

Il critico Vittorio Sgarbi su L’Espresso ha fatto una breve ma esaustiva panoramica di quante opere d’arte soggiornino in questi luoghi: c’è tanta amarezza, ma alla fine conclude invitando a non considerare questi luoghi “morti” bensì più vivaci che mai dal punto di vista culturale, fondamentali per la nostra cultura.

Verrà il tempo della rinascita, della ricostruzione, della forza di un popolo che rimette insieme la propria città partendo dalle macerie, certo. Ma oggi c’è ancora rabbia: perché un terremoto è imprevedibile, ma i danni che lascia dietro di sé no. L’uomo ancora una volta si è dimostrato nella sua supponenza ed arroganza, inferiore alla natura, incapace di valutare i rischi, procrastinando ciò che di giusto andava fatto, lasciando un’intera nazione nello sconforto.

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Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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