Oltre la “Merda d’artista”: gli “Achrome” di Piero Manzoni a Losanna

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Oltre la Merda d’artista: gli Achrome di Piero Manzoni a Losanna

Piero ManzoniEterni detrattori del “la potevo fare anch’io in un barattolo“, la Svizzera vi attende con una mostra che punta i riflettori sulla sfaccettatura seria di uno tra gli artisti più acclamati e dissacrati del XX secolo: il Musée cantonal des Beaux-Arts di Losanna ospita dal 17 giugno al 25 settembre Achrome. Piero Manzoni, Painting without colour.

Piero Manzoni, nato a Soncino nel 1933, è morto troppo giovane, a soli 29 anni, per poterci stupire ulteriormente. Le famose scatolette sono passate alla storia come apoteosi della critica al sistema dell’arte, soprattutto al collezionismo italiano, sbizzarrito quanto un cavallo futurista all’inizio degli anni ’60.

Leggenda vuole che il giovane conte di Chiosca e Poggiolo esclamò, seduto come d’abitudine al Jamaica di via Brera, «quelli vogliono la merda e io gli do la merda!». Fu così che nel ’61 grazie al suo potere d’artista iniziò ad espellere materia a peso d’oro (sveglia, la Manzon-tin è vuota).

L’esposizione di Losanna non punta al lato duchampiano di Manzoni, ma a quello che potremmo definire lirico, emozionale, spontaneo e di ricerca. Gli Achrome sono una serie di opere prodotte tra il 1957 e l’anno della morte, il 1963, che si focalizzano sullo studio dell’assenza di colore, sull’acromia appunto, e sul processo di una materia autosufficiente nei confronti della quale la creatività accetta di bloccarsi e lasciare che la materia sia ciò può essere.

piero-manzoni-1933-1963-a-palazzo-reale-achrome-1961-labrouge (1)Pensiamo a Pollock, al suo controllo nei confronti della colatura, la vernice buttata come prolungamento di uno schema mentale delineato, per quanto contorto. I primi Achrome sono invece tele imbevute di caolino e colla, lasciate ad asciugare. L’azione si ferma, l’artista se ne va e torna alla sua creatura ormai asciutta, che ha preso le sembianze di un letto sfatto.

Di fronte a queste orizzontalità e verticalità ancora ingenue si può fare un piccolo balzo in avanti alla gestione dell’essiccazione dei Cretti degli anni ’70 di Alberto Burri, che nel ’56 guardava alla tela come «un compendio di ragioni di forma e colore».

Manzoni non si laureò mai, nonostante avesse frequentato diverse facoltà e l’Accademia di Brera, da quel che si deduce dal suo Diario (pubblicato da Electa) anche per contestare le proprie origine aristocratiche e una madre soffocante, soprattutto in seguito alla morte precoce del padre. Piero Manzoni aveva però la cleptomania del giovane ansioso, del giovane immerso in quel crocevia della Milano degli anni ’50.

Comincia con i Nuclearisti per poi posare lo sguardo su Lucio Fontana, figura conosciuta ad Albisola dove Manzoni passava le estati con la famiglia. Imprescindibile l’incontro coi monocromi blu di Yves Klein nel ’57 alla Galleria Apollinaire. Poi il sodalizio con Castellani, Bonalumi e Agnetti per la rivista Azimuth, esperienza che si esaurisce nell’arco di pochi mesi, e parallelamente alla rivista la Galleria Azimut con Castellani, crocevia di ricerche spaziali e cinetiche.

Le prime prove artistiche sono oggetti del quotidiano intinti nel colore, le cui impronte finiscono su tele cupe, su cui poi compaiono omini e scritte che risuonano il mondo jazz, come in Chissà esposto al Museo del Novecento di Milano.

Piero-Manzoni-Achrome (1)Come arrivò, dunque, alle superfici monocrome? Gli spunti della storia dell’arte sono molteplici, a partire da Quadrato bianco su fondo bianco di Malevič, esercizio di estrema astrazione, passando ai bassorilievi geometrici di Ben Nicholson e ai pannelli di Rauschenberg, totalmente bianchi, come il foglio che blocca lo scrittore.

Diceva Kandinskij che «il bianco ci colpisce come un grande silenzio che ci sembra assoluto», ma cosa pensare di fronte ad un Achrome formato da michette o da batuffoli di fibra di vetro?

Lo scopo di Piero Manzoni non era quello di raggiungere una tonalità di bianco puro, bensì l’assenza totale di colore, sottraendo la narrazione, così che anche un panino non potesse più parlare di sé, raccontare una storia, ma semplicemente essere un panino appiccicato: materia.

In questa esposizione saremo noi a contemplare, a chiedere spiegazioni alla tela, e non ci saranno Uova con impronta e Corpi d’aria, ma il Piero Manzoni più avvolgente ed emozionale.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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