L’odore dell’India: “Nothing is real”

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L’odore dell’India: Nothing is real

Nothing is real
John e Paul

È stata inaugurata il 1° giugno presso il MAO (Museo d’Arte Orientale) di Torino la mostra Nothing is real, dedicata all’incontro tra Occidente e Oriente, focalizzando l’attenzione del visitatore sul rapporto fra le due realtà separate da secoli di storia, religione e società sviluppatesi in parallelo.
L’evento, che sarà presente al MAO fino al 2 ottobre, si propone di accompagnare i visitatori in un percorso che illustri l’interesse verso la cultura indiana esplosa negli anni Sessanta, soprattutto nel Vecchio Continente. Le sale sono organizzate in modo da condurre l’osservatore attraverso un percorso cadenzato dal contrasto, e l’inevitabile contaminazione, di cultura alta e cultura bassa. Indagando l’interesse crescente verso un misticismo esotico, diverso da quello rigido e conservatore di casa nostra. Una tensione diffusa della società, slanciata verso l’affermazione delle libertà dell’individuo dalle imposizioni sociali, etiche e religiose.

Vengono dunque presentate all’interno della mostra le opere di artisti canonici come Alighiero Boetti, Aldo Mondino, Luigi Ontani, Francesco Clemente accostate a immagini di cultura popolare, anche commerciale, come manifesti pubblicitari di Paris Match, Telegraph, Life toccando anche il modo della musica, con le copertine degli album di Jimi Hendrix, Santana, Joni Mitchell e ovviamente i Beatles.

Proprio dai Beatles infatti prende il via l’iniziativa di Luca Beatrice promossa dal MAO. Il titolo della mostra infatti, Nothing is real, è un verso tratto dalla canzone Strawberry Fields Forever dei Fabulous Foursome. Come si può leggere nell’articolo pubblicato da d.repubblica.it infatti la mostra pare offra un percorso visivo e olfattivo che propone elementi di natura e ambito differenti per offrire un’immagine del rapporto tra cultura, beni di consumo e misticismo che hanno in quegli anni interessato l’immaginario europeo e mondiale.

Ora, da quel che si può dedurre dagli spunti offerti dal sito della mostra stessa e dall’articolo di repubblica.it, nasce il dubbio che volendo inglobare quanto più materiale possibile, questo percorso alla scoperta della cultura indiana sia diventato piuttosto un calderone di immagini, suoni e profumi alquanto confusionario. L’immagine che ne affiora non è molto diversa da quella di quei negozietti filo-orientali stracolmi di oggetti, incensi, tappeti e capi di vestiario orientaleggianti. Proposti con una commistione di generi e funzioni tanto saturi da rendere la loro identificazione difficoltosa. Insomma una bancarella coloratissima e profumatissima, anche troppo. L’eccesso di stimoli porta alla perdita della concentrazione di chi la osserva, tanto da impedire la tanto ricercata pace interiore a cui il misticismo indiano sembra fare l’occhiolino.

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Pasolini in India

Abbandonando la metafora della bancarella per tornare alla mostra, ciò che mi è parso deleterio è il fatto che nel voler suggerire una riflessione molto interessante sul rapporto tra il fascino mistico della cultura indiana e la rigidità di quella occidentale che negli anni Sessanta ne ha riscoperto il fascino, gli organizzatori abbiano voluto assicurarsi un’affluenza di pubblico utilizzando nomi che notoriamente attirano l’attenzione e l’interesse dei più, come quello dei Beatles.
Trovo curioso il fatto che ad esempio non sia mai stato menzionato Pier Paolo Pasolini all’interno della presentazione della mostra, dal cui scritto del 1962 è tratto il titolo di questo articolo. Il viaggio compiuto alla scoperta dell’India da Pasolini insieme a Elsa Morante e Alberto Moravia sarebbe stato senza dubbio un elemento interessante all’interno della mostra. Soprattutto in relazione al rapporto tra cultura alta e bassa, dato l’interesse di Pasolini stesso verso questa tematica, per non parlare delle opportunità che avrebbero offerto gli scritti di Moravia.

Il mio pensiero finora si basa esclusivamente su suggestioni offerte da quanto comunicato ufficialmente dai responsabili della Mostra. L’impressione tuttavia non è delle migliori. Aspettando l’inaugurazione di Nothing Is Real lascerò al tempo, come sempre, l’ultima parola.

Damiano Sessa per MIfacciodiCultura

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