Peggy Guggenheim: eleganza, passione e ironia

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P. Guggenheim e J. Pollock davanti al Murale

Guggenheim e l’arte, Guggenheim è arte. Un cognome altisonante per la collezionista Peggy Guggenheim (New York, 26 agosto 1898 – Camposampiero, 23 dicembre 1979), appunto, che nacque da due famiglie ebree di alto rango, e per lo zio Salomon che fondò il famoso museo dalla forma a spirale di New York.

Per celebrarla, è recentemente uscito Peggy Guggenheim Art Addict, documentario della regista francese Lisa Immordino Vreeland sulla vita dell’estrosa americana, la più importante mecenate d’arte del ‘900.

Magnetica, ironica e pungente, generosa ed esigente, donna soprattutto che mai rinunciò all’eleganza e alla femminilità: niente pantaloni, occhiali a farfalla, gioielli firmati da amici artisti, trucco impeccabile, fu definita l’ultima dogaressa di Venezia, dove visse a Palazzo Venier dei Leoni dal ‘47 alla morte, nel dicembre ’79.
La vita non le risparmiò grandi dolori in giovinezza ma seppe rivalersi con determinazione. Dall’autobiografia-diario dal titolo Una vita per l’arte e dai Libri degli ospiti, con firme, schizzi, disegni ed annotazioni musicali degli amici che frequentava, emerge quanto ogni giorno della vita di Peggy sia stato irripetibile.
Amò l’arte come solo chi possiede animo di artista può provare, intuendo il valore dei capolavori, ancor prima degli stessi autori delle opere. Basti pensare che fu lei a commissionare a Jackson Pollock il famoso Murale, sei metri di pittura nati per decorare l’ingresso della casa newyorchese di Peggy. Il genio americano fu definito dalla famosa collezionista “il più grande pittore, una forza della natura, dai tempi di Picasso”: quando lo conobbe lui aveva solo 32 anni e dipendeva dall’alcol, ma nonostante ciò volle credere in lui. Gli corrispose per anni, con puntualità, un compenso mensile e organizzò ben quattro mostre personali nella propria galleria newyorkese Arte di questo Secolo, sulla Cinquantasettesima Strada di New York.

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Peggy sul letto con testata di Calder, in argento massiccio

L’amicizia con personalità poliedriche come lei e di ampie vedute influenzarono le sue scelte, intrecciando il suo destino a quello di talenti allora poco compresi. Nel 1937 era stata l’amica Peggy Waldman ad incoraggiarla ad aprire una galleria d’arte a Londra e fu l’amico Samuel Beckett ad insistere affinché si interessasse all’arte contemporanea. E ancora, fu Marcel Duchamp, come lei stessa dichiarò, ad insegnarle “la differenza tra l’arte astratta e surrealista” e a introdurla negli ambienti artistici.

La prima mostra a Londra fu dedicata a Jean Cocteau, artista così trasgressivo tanto che la disinibita Peggy lamentava: «Per parlare con Jean bisognava recarsi nel suo albergo e cercare di discutere mentre era a letto che fumava l’oppio» aggiungendo «L’odore era piacevole, ma quel modo di trattare gli affari era quanto meno strano». La seconda mostra fu dedicata a Vasily Kandinsky che, come lei stessa più volte ribadì, con ironia tagliente, «assomigliava per la sua affettazione borghese più ad un agente di Wall Street che ad un artista».

Alla Biennale di Venezia del ’48 la Grecia, in guerra civile, concesse a Peggy di esporre opere astratte, surrealiste e delle avanguardie americane nel proprio padiglione rimasto vuoto. Alla fine dello stesso anno si trasferì definitivamente nella città lagunare con la sua ricca collezione, che aprirà al pubblico nel 1951.
Nella dimora ad ogni passo si respira l’allure di Peggy, la sua passione per i grandi talenti del’900, il desiderio di guardare la realtà con animo vibrante, l’atmosfera vivace, eccitante, poetica e surreale che animò quelle stanze.
La cucina ospita opere di Delaunay e Kupka, di Severini e Balla, Collages di Picasso e Gris, uno Chagall giovane. Nel corridoio si tovano quadri Bauhaus di Kandinsky e Klee, una natura morta di Braque e collage di Schwitters. Nel salotto attiguo ci si imbatte nell’astrazione geometrica, mentre nell’ala destra della casa domina l’arte surrealista, con dipinti e sculture di Giacometti, Miró, Dalí, Ernst, e dei belgi Magritte e Delvaux. Infine una stanza degli ospiti che accoglie solo J. Pollock. Dal corridoio si accede alla biblioteca dove feste e ricevimenti videro Peggy al centro della vita mondana internazionale.

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La biblioteca a Palazzo Venier

Coraggiosa e solerte, neanche la guerra aveva affievolito il suo unico desiderio di “comprare un quadro al giorno”: basti pensare che nel 1939-40 Peggy Guggenheim aveva acquistato numerose opere di Francis Picabia, Georges Braque, Salvador Dalí, Piet Mondrian. Non paga, il giorno in cui Hitler invase la Norvegia si aggiudicò Uomini in città di Fernand Léger e, quando i tedeschi arrivarono alle porte di Parigi, Uccello nello spazio di Brancusi. In quegli anni di guerra fu costretta a tornare a New York e lì ospitò, incoraggiò e sostenne economicamente molti altri artisti scappati dall’Europa in fiamme.
Tra i molti, Max Ernst che sposerà alcuni mesi dopo, conquistata dal fascino di un uomo creativo, esuberante, provocatorio e profondamente libero. Peggy, cuore palpitante e spirito d’artista, forte, imprevedibile, sensibile e romantica diceva:

Mi seguono ovunque, negli occhi e nella mente, i suoi capelli bianchi, gli occhi azzurrissimi, il naso che ricorda il becco aguzzo di un uccello e quelle braccia possenti, che si allungano all’infinito, quasi come a cingere tutta l’arte universale.

Peggy Guggenheim amò tutto ciò che esprimeva le emozioni della vita, vissuta pienamente in condivisione.
La musica, il cinema, l’eros, la rabbia, la gioia di vivere, il dolore, la felicità sfuggente. Pittura, scultura, schizzi, disegni e pensieri sono ancora custoditi in uno scrigno grande, trasposizione materiale di un cuore fremente e di un’ anima indomita.

Felicia Guida per MIfacciodiCultura

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