Umberto Saba, il poeta triestino della realtà quotidiana

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Umberto Saba, il poeta triestino della realtà quotidiana

Libreria antiquaria di Saba a TriesteTrieste, 9 marzo 1883: qui nasce Umberto Poli, passato poi alla storia con lo pseudonimo di Umberto Saba. La scelta di questo nome, che in ebraico significa “nonno”, è particolarmente significativa e risulta fondamentale per accostarsi alla complicata figura di questo poeta. L’abbandono da parte del padre, che lasciò la famiglia prima ancora che il figlio nascesse, segnò profondamente l’infanzia di Saba, triste e malinconica, trascorsa totalmente immersa in un universo femminile. Due furono le figure chiave di questo periodo: da un lato la madre, Felicita Rachele Cohen, donna austera e severa di origini ebraiche, dall’altro una contadina slovena, Peppa Sabaz, che fece da balia al piccolo Umberto per diversi anni, diventando di fatto sua madre adottiva. Il distacco dalla balia avvenne per imposizione della madre e fu così repentino che lo stesso Saba lo identificò come il primo trauma subito nella sua vita (e lo rievocherà nella raccolta di poesie Il piccolo Berto, pubblicata nel 1926). La sola forma di sfogo gli viene offerta dalla poesia, a cui inizia a dedicarsi fin dalla giovane età, nonostante il forte contrasto da parte della madre. La sua formazione letteraria matura sulle grandi opere di Dante e Petrarca, Tasso e Ariosto, Manzoni, Foscolo, Leopardi, fino ai contemporanei Pascoli e D’Annunzio. Ma per parecchi decenni la situazione di Saba sarà quella dell’isolamento di un intellettuale periferico. Situazione analoga, anche se attenuata, a quella vissuta da Svevo.
Difficili i rapporti con la rivista letteraria La Voce che, in seguito al veto posto da Scipio Slataper, rifiuterà di pubblicargli il famoso saggio Quello che resta da fare ai poeti, edito postumo solo nel 1959 (Saba morirà a Gorizia il 25 agosto 1957). Un’importante dichiarazione di poetica da cui emerge la concezione che Saba aveva di quest’arte: una poesia “onesta”, una ricerca profonda della verità che sappia fare chiarezza dentro di sé e nei rapporti con gli altri, spingendosi fino alla dimensione dell’inconscio e diventando psicanalisi poetica.

umberto_saba1Umberto Saba si accosterà direttamente alla psicanalisi, iniziando una cura nel 1928 con il triestino Edoardo Weiss, allievo di Freud e già psicanalista di Svevo. Questo è lo strumento, insieme alla poesia, che lo porta ad affrontare i molti traumi della sua esistenza, che ritroviamo infatti come temi principali all’interno del Canzoniere, opera in cui Saba raccoglierà tutta la sua produzione poetica. I rapporti con quanto lo circonda, sia che si tratti della figura femminile che della sua città natale (presente in numerose poesie), appaiono sempre in tensione. Quasi un dissidio interiore che va a sviluppare una sorta di ossimoro esistenziale: un continuo sdoppiamento tra gioia di vivere e dolore, tra l’amore e l’angoscia più cupa, elementi inscindibili e indistricabili dell’esistenza umana.

La poesia di Saba va a distinguersi dal panorama che la circonda non solo per la profondità dei contenuti, ma anche grazie alla forma in cui ci viene consegnata. Si è parlato di rischio della banalità, che è il pericolo che effettivamente si corre quando la scrittura viene ridotta al “grado zero”, ossia ad un livello elementare: un lessico povero e comune o, come diceva Saba, il coraggio nel riproporre la rima fiore / amore / la più antica difficile del mondo.

Proprio in questo sta la grandezza di Umberto Saba, che accetta la scommessa di riuscire ancora a far nascere la poesia anche dagli elementi più scontati del discorso. Una scommessa che il poeta ha indubbiamente vinto, come dimostra il grande successo di pubblico raggiunto dalle sue liriche, che sanno colpire ed arrivare dritte al cuore di chi le legge: persino di coloro che non amano la poesia.

Alessia Sanzogni per MIfacciodiCultura

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