Alla Tate Modern la retrospettiva sincera di Georgia O’Keeffe

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Alla Tate Modern la retrospettiva sincera di Georgia O’Keeffe

image3La Tate Modern di Londra espone fino al 30 ottobre più di cento opere della controversa Georgia O’Keeffe (Sun Prairie, 15 novembre 1887 – Santa Fe, 6 marzo 1986) in una retrospettiva che vuole mettere in luce il difficile rapporto tra la pittrice e la critica d’arte, la prima che vede un così vasto repertorio di tele nel Regno Unito. L’intento della mostra è di indagare, con uno sguardo sincero e privo di preconcetti, quella che è la poetica dell’artista.

Così inizia le sue memorie Georgia O’Keeffe:

Il significato di una parola non ha per me la stessa precisione di quello di un colore […] lo dico perché con le parole, sono state fatte operazioni strane su di me.

L’artista americana vide la sua affermazione nei primi anni Venti del Novecento nell’America del fotografo d’avanguardia Alfred Stieglitz, i cui scatti influenzeranno l’intera storia della fotografia del Novecento, che sarebbe poi diventato suo marito, e per tutta la sua carriera non ebbe mai un rapporto positivo con i critici che scrivevano e commentavano la sua opera, forse troppo audace per la prima metà del Novecento.
Infatti la domanda cruciale, sostrato che mette in relazione quasi tutta la sua produzione, fu sempre: «Si tratta di fiori o vagine?»

Questi sono infatti i soggetti prediletti da Georgia O’Keeffe. Fiori le cui sembianze hanno assunto per gli interpreti uno sfondo profondamente erotico, tanto da entrare nella storia come fondamentale componente di quello che sarà poi il movimento femminista americano degli anni Settanta.
Un’interpretazione da lei sempre rifiutata, come scriveva nel suo diario:

Spesso sono rimasta allibita di fronte alle parole, scritte e parlate, con cui mi si diceva cosa avevo dipinto.

image2Per questo il direttore della Tate Modern Achim Bordchardt-Hume è stato spinto ad indagare l’intero corpus della O’Keeffe: per dare voce ad una artista donna che il cliché interpretativo ha sempre rinchiuso entro definiti confini di lettura.
«La grandezza di O’Keeffe è stata limitata dall’opinione diffusa che tende a leggerla in un certo modo» spiega A. Bordchardt-Hume, ma è giunto il momento di sfatare un dogma interpretativo così limitante per l’opera dell’artista, ridandole le molteplici visioni che le sono state negate in passato a causa del suo essere donna.

Sotto la cura di Tanya Barson, l’esposizione andrà a fondo nelle opere più provocatorie dell’artista. Legata alla produzione di Stieglitz e alla passione per l’opera scultorea di Rodin, le pitture della O’Keeffe spaziano dal paesaggio ai fiori, che la hanno resa nota al grande pubblico, fino a toccare un soggetto come il teschio. La guida del suo tratto è però solo una: il colore.
Il legame stretto che la O’Keeffe ebbe con la luce e le sue sfaccettature, dovuto forse all’influenza della fotografia del marito, la portò addirittura a rinnegare l’insegnamento ricevuto alla Art student Legue di New York.

È proprio sotto questa luce, diversa e più veritiera, che si vogliono porre le tele della O’Keeffe nelle sale espositive. Perché la sua produzione possa essere davvero vista illuminata dal colore di diverse interpretazioni, non ridotte alla monocroma visione sessista nata da una lettura maschilista e da una opinione conservatrice. Il risultato del progetto espositivo è quindi la retrospettiva di una artista nota aperta ad nuova liberazione per l’arte femminile.

Sara Cusaro per MIfacciodiCultura

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