I Grandi Classici – Distopia oggi: “Fahrenheit 451”, le previsioni di un futuro passato e presente

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1984, Il mondo Nuovo, Il Signore delle Mosche, Ghiaccio 9, Gli androidi sognano pecore elettriche?, Fahrenheit 451.

Fahrenheit-451
Fahrenheit 451

Oltre ad essere un elenco di imprescindibili, i titoli sovrastanti racchiudono una sorta di summa teologica della visione del futuro di una certa parte della fantascienza, nonché della letteratura tout court, con una certa approssimazione cronologica naturalmente. George Orwell, Aldous Huxley, William Golding, Philip K. Dick, Kurt Vonnegut rappresentano infatti un occhi lucido e per molti versi univoco sul mondo, sulla natura umana come archetipo, sul destino sociale dell’umanità a partire dall’analisi di questi archetipi.

In questo elenco (largamente incompleto per certi versi: manca, ad esempio, Isaac Asimov, ma Asimov conserva sempre una concreta speranza di lieto fine nemmeno troppo arduo da conseguire, un anelito di redenzione finale quasi inevitabile), la figura di Ray Bradbury (Waukegan, 22 agosto 1920 – Los Angeles, 5 giugno 2012) spicca per la nuance romantica – presente anche in 1984, per certi versi) e per il colpo di coda finale che lascia uno spiraglio di conclusione positiva dopo pagine e pagine dal costante sapore di cherosene che impregnano naso e speranze.

Come tante grandi opere, Fahrenheit  451 si riassume con facilità, ma la sua trama è tanto nota quanto esile: in un futuro imprecisato, un governo umbratile ma onnipresente ha distorto gran parte della Storia passata e tiene l’umanità prigioniera consenziente in un limbo fatto di svaghi programmati e assenza di impegno intellettuale. Il grimaldello principale attraverso cui ciò può avvenire sono i Pompieri, la cui Storia («Fondati nel 1790 per bruciare i libri di propaganda inglese nelle colonie. Primo pompiere: Benjamin Franklin») al punto che essi appiccano incendi invece di domarli: in particolare, essi bruciano libri. Tutti i libri. O almeno, quelli che riescono a trovare. Alla mente, balzano le parole di Malcom X sui media capaci di fare amare i colpevoli e odiare le vittime.

La soluzione della storia, ovviamente, passa attraverso la presa di coscienza di quello che possiamo definire, a mo’ di citazione, il fattore umano ovvero la cruna dell’ago: impersonato dal pompiere Guy Montag, che ha ancora un soffio vitale, per quanto lieve come un soffione, che inizia a salvare un libro e poi un altro, e arriva perfino a leggerli e a capire che gli è stato sempre mentito circa la malvagità intrinseca e la pericolosità dei libri.

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Fahrenheit 451 potrebbe, per molti versi, essere leggero come una fiaba ed a tratti ha la lievità sognante di molte altre opere di Bradbury, ma evoca immagini troppo reali di divise, di uomini non pensanti, di roghi di cultura legati a fatti realmente accaduti in tutti gli –ismi della nostra triste storia. Anche il finale ha tratti onirici, che François Truffaut nel 1966 traspose sul grande schermo in maniera ineccepibile: Montag infatti incontra un gruppo di dropout come lui, che impara a memoria quanti più libri possibile e che costituisce di fatto l’unica speranza per il patrimonio letterario dell’umanità. Sulla città però esplode un ordigno nucleare: Montag, idealmente ridiventato un vero pompiere, si dirige coi libri umani verso di essa per prestare soccorso.

Costruttore di una distopia, evidenziata da Kurt Wimmer nel 2002 (ancora meglio che da Truffaut, in questo senso stretto) nel film Equilibrium con Christian Bale, Bradbury è comunque il contro-cantore dell’umanità media: mentre in Huxley e Orwell l’umanità è schiacciata a priori, in Bradbury l’essere umano è bacato all’origine, come si vede bene dai racconti in cui viene dipinta l’età infantile come un luogo di violenza e immoralità cieche (come peraltro da Golding). Quindi «…alla fine della giornata ci hanno sfiancato a tal punto che non possiamo fare altro che andare a letto… la gente non parla di niente, niente. Nominano tante macchine, vestiti, piscine e dicono “che bello!”»

Uno dei brani fondamentali dell’intera opera è il monologo di Beatty, quando ancora pensa che Montag possa rientrare nei ranghi: un monologo sincero anche se persuasivo, in cui tutta la cultura umana viene ridotta a 15 minuti di un programma radiofonico, alla condensazione dei librierano in molti a conoscere l’Amleto solo attraverso la scheda di una pagina in un volume che proclamava “Finalmente potete leggere i classici: mettetevi alla pari coi vostri vicini!”»): la politica? Una colonna, due frasi, un titolo.

Fahrenheit 451

La scuola è sempre più breve, la disciplina è rilassata finché si arriva a un’ignoranza quasi totale. La vita è una cosa concreta: quello che conta è il lavoro e il divertimento dopo il lavoro. Perché imparare qualcosa che non serve a premere i bottoni, a tirare le leve e a incastrare viti e bulloni? …all’umanità viene sottratto anche quel po’ di tempo che serve per vestirsi la mattina: tempo per pensare, un’ora filosofica e quindi un’ora malinconica.

Ecco la rivelazione: non c’è stata nessuna imposizione, almeno all’inizio, nessuna censura del governo. L’aggettivo intellettuale è diventato naturalmente una parolaccia, connotato solo di significati negativi. Per paura soprattutto: si teme ciò che non si conosce e «Chi può dire quale sarà il bersaglio di un uomo colto?»

La grandezza di un classico: chi potrebbe dire che stiamo citando un romanzo, a guardarci bene attorno? Dopotutto viviamo nell’epoca dei fazzoletti di carta. Soffiati il naso usando un’altra persona e buttala, poi tira la catena.

Fahrenheit 451, distopia, oggi.

Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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