E-Motion Pictures – Alejandro González Iñárritu

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E-Motion Pictures – Alejandro González Iñárritu

Brad Pitt e Cate Blanchett in "Babel"
Brad Pitt e Cate Blanchett in “Babel”

Quando uscì 21 grammiAlejandro González Iñárritu (Città del Messico, 15 agosto 1963) era ancora semisconosciuto. Aveva già girato lo struggente Amores perros nel 2000, e con esso aveva vinto a Cannes, ma la forte impronta geografica di questo film non aveva giovato al respiro internazionale della sua filmografia. È probabile che in molti, come il sottoscritto, abbiano recuperato Amores perros proprio grazie a 21 grammi, uno dei primi film che, nel bene o nel male, ha beneficiato della spinta hollywoodiana data dal budget e dal cast stellare. Sean Penn, Benicio del Toro e Naomi Watts danno vita a tre dei personaggi più tormentati che abbiano mai calcato lo schermo cinematografico, incarnando sentimenti di rabbia, dolore, vendetta, fede e redenzione che la direzione di Iñárritu cattura e restituisce alla perfezione. In Italia il film fu massacrato dalla critica, che non perdonò al regista messicano i salti temporali e il montaggio schizofrenico, mentre in America – e in gran part del resto del mondo – fu un successo tanto di critica quanto di pubblico. Niente male per un regista che ancora doveva farsi un nome e le ossa, e che forse già pregustava quella consacrazione che avrebbe raggiunto circa dieci anni dopo diventando il secondo regista messicano a vincere il premio Oscar come miglior regista – il primato gli è stato soffiato, con Gravity, dall’amico Alfonso Cuàron con cui, insieme a Guillermo del Toro, forma il gruppo dei tre amigos del cinema.

Michael Keaton in "Birdman"
Michael Keaton in “Birdman”

Ma già sei anni dopo, Iñárritu torna in grande stile, catturando di nuovo l’attenzione del pubblico e della critica. Il 2006 è infatti l’anno di Babel, che conclude la cosiddetta trilogia della morte inaugurata proprio con Amores perros. Babel è un lascito fatto di solitudine e di alienazione: è un affresco a volte un po’ artificioso della globalizzazione di oggi, di un mondo frenetico, rumoroso, confuso e tutt’altro che genuino. Babel porta a compimento la metafora dell’effetto farfalla, solo che qui non ci sono farfalle né uragani, ma un proiettile di fucile sparato per errore e le vite di personaggi distanti, emotivamente, culturalmente e geograficamente, che in qualche modo influenzano quelle degli altri. Tutto è connesso, e forse, in qualche modo, o almeno così Iñárritu sembra suggerire, dovrebbe esserlo un po’ meno. C’è un po’ di metafisica e un po’ di fatalismo in questo film, che ancora una volta cavalca un ideale che sembra essere centrale per la poetica del regista messicano: quello delle coincidenze, di un destino ingrato che tira i fili e della disperata solitudine dell’uomo moderno. Non a caso, di nuovo, sarà la solitudine, questa volta venata di schizofrenia e di egotismo puro e bieco, a tornare centrale con il film che una volta per tutte lancia Iñárritu: nel 2013 esce Birdman e il mondo impazzisce per questo regista messicano che forse ha dato migliore prova di sé con gli altri suoi lavori, che hanno avuto meno presa sul pubblico e anche sulla critica. Sin dal suo esordio a Venezia, Birdman è stato il frontrunner per gli Oscar ed è riuscito a portarsi a casa i premi per migliore regia, miglior film e migliore sceneggiatura. Una tripletta incredibile che corona il successo di un film teatralissimo, una pièce messa su cinepresa, che parla di supereroi disgraziati e in disgrazia e che in realtà dipinge di nuovo uno sconfortante ritratto dell’umanità. Michael Keaton (ma anche Edward Norton ed Emma Stone) si traveste da quel birdman che dà il titolo al film e gira su se stesso a velocità sempre più incontrollata, furioso, pazzo, allucinato perché incapace di sfamare il suo io più intimo e becero, che sul palcoscenico di quel teatro americano fatica a essere contenuto.

Leonardo DiCaprio in "Revenant"
Leonardo DiCaprio in “Revenant”

Iñárritu ha sempre detto che il suo modo di fare cinema è stato influenzato dalla sua vita giovanile. A Città del Messico Alejandro ha assistito al tracollo del padre, che da potente banchiere si è trovato a dover vendere frutta per mantenere la famiglia, e poi da adolescente, lui ha attraversato l’Atlantico per girovagare in Europa, ampliando i propri confini intellettuali e forse cominciando proprio lì ad armeggiare con quell’ideale di comunione e al contempo di disperata solitudine che torna ogni volta nei suoi film. Non ultimo Revenant, il film che ha conquistato a Leonardo DiCaprio l’agognato Oscar, oltre alla statuetta come migliore regista che permette a Inàrritu di bissare, uno dei pochi a riuscire a farlo, a un anno di distanza, nella storia dell’Academy americana. Revenant è un film brutale e di nuovo disperato, drammaticissimo, che si erge su uno sfondo di neve, ghiaccio e sangue e su una ricerca che al suo climax non ha niente di orgasmico ma lascia soltanto vuoti, increduli e catatonici di fronte alla morte.

Il cinema di Iñárritu non è così: è un cinema capace di commuovere e di far pensare, e permette di guardare al mondo con una nuova consapevolezza, forse mai sopita nella mente di ciascuno di noi, e che il regista messicano spinge ogni volta affinché riemerga. E funzioni come un monito, o come un omen dalle venature particolarmente inquietanti.

Giulio Scollo per MIfacciodiCultura

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