“Unfinished: Thoughts Left Visible”: quando un’opera d’arte è davvero finita?

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Unfinished: Thoughts Left Visible: quando un’opera d’arte è davvero finita?

Alice Neel
Alice Neel

L’ultimo tocco e la separazione sono i traumi più intensi per un artista. Molti lavorano freneticamente, ultimando un’idea in un giorno oppure protraendola fino alla propria morte, molti fissano disarmati un proprio lavoro per ore o per tutta una vita. Le idee possono esaurirsi nel momento in cui si cerca di dar loro concretezza, o si può avere l’impressione che non vogliano piegarsi ai nostri comandi.

L’artista è amorevole o rabbioso di fronte alla sua creatura, può angosciarsi per una scadenza, se deve partecipare ad una esposizione. Ma il cordone ombelicale prima o poi va tagliato: si può accantonare il lavoro nell’angolo di una stanza, lo si può distruggere, lo si può donare al mondo anche se non soddisfa o anche se il tema non è stato indagato quanto si sarebbe voluto, o può sopraggiungere la morte.

Lo spazio Met Breuer del Metropolitan Museum of Art di New York, con l’esposizione Unfinished: Thoughts Left Visible – dal 18 marzo al 4 settembre – indaga proprio tutte queste ipotesi. Quasi 200 opere rimaste incompiute, dal Rinascimento ad oggi – tra i più celebri Tiziano, Rembrandt, Turner, Cézanne, Pollock, Janine Antoni, Rauschenberg –, suddivise in due categorie: i volontariamente non finiti e i lavori interrotti accidentalmente.

"Unfinished: Thoughts Left Visible"
Sheena Wagstaff e Thomas Campbell con un’opera incompleta di Kerry James Marshall

Esistono poi dei casi limite, rappresentati da Tiziano, Jan van Eyck e Leonardo Da Vinci: ad esempio, La Scapigliata è da considerarsi come un disegno preparatorio o un’opera a sé stante? Come reagiamo di fronte a un disegno di van Eyck colmo di ripensamenti? Tiziano non ha avuto tempo di concludere un dipinto per le troppe scadenze e semplicemente ci sarebbe tornato più avanti, se non lo avesse colto la morte?

L’arte è un lascito di libertà: quei pensieri lasciati visibili attraverso l’inconcluso donano ai posteri la possibilità di chiudere il cerchio, come anche la libertà di non soffermarsi e guardare altrove.

Un Pollock firmato e datato non ci dà comunque l’idea che quello sgocciolio possa ripetersi in eterno, anche se l’autore lo ha delimitato e a un certo punto ha detto «stop, sei perfetto così, ti ho finito»?

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Leonardo da Vinci, La Scapigliata – 1508

Antoni Gaudì, già il giorno in cui venne travolto da un tram recandosi alla Sagrada Familia, era persuaso di non poter finire questa sua grande opera: ad oggi nemmeno i suoi successori hanno portato a termine il complesso ed è ancora un continuo aggiungere, ampliare, rifinire. È un progetto, a suo modo, eternamente non finito.
Se in un dipinto – prendiamo un esempio iperrealista – ci fosse un tassello lasciato bianco, il nostro occhio turbato da quella mancanza riuscirebbe comunque ad avere una visione d’insieme: vale lo stesso nei confronti dell’espressionismo o, soprattutto, dell’astratto?
E quanta emozione di fronte alla Pietà Rondanini: morendo, Michelangelo – molto noto per il suo non-finito, voluto – non ha più avuto modo di portare a termine i suoi ripensamenti. La conclusione dell’idea del Maestro è intrappolata nella materia: per sempre.

Janine Antoni si è ritratta in Lick and Lather, un lavoro di fatto concluso, ma cioccolato e sapone sono deperibili: non si può però dire «basta così, fermati» allo scorrere del tempo, la natura si modifica anche al di là delle nostre azioni. Un caso analogo, i ritratti di sangue di Marc Quinn.

A questo punto, quando un’opera d’arte è davvero finita? Sempre e mai.

L’opera d’arte è un atto di amore, un volo ut sis: voglio che tu sia ciò che sei. E ciò che potresti diventare.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Ravecca Massimo dice

    Il “non finito” spesso è la caratteristica del genio. Come il “non luogo”, il “non nome”, il “non tempo”, ecc… L’astuto Ulisse crea un “non nome”, Nessuno, per ingannare Polifemo, e un “non luogo”, il cavallo di legno, per ingannare i troiani. Queste entità frutto di processi ricorsivi, speculari, inclusivi sono state usate anche da Gesù e Leonardo da Vinci. Michelangelo nella scultura diede origine al termine. L’Adorazione di Leonardo è un non finito e non un opera incompleta, perché l’autore si ritrasse sul bordo destro (per chi guarda), mentre si dirigeva a Milano. Si rappresentò mentre usciva dal quadro, lasciandolo apparentemente incompiuto. La ricorsività è il sigillo del genio, come Archimede che per provare i suoi amici greci matematici gli mandava da dimostrare dei teoremi errati, e loro sostenevano di averne trovato la dimostrazione. Cfr. Ebook/kindle: Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.

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