Il Belgio, l’aristocrazia e il mistero sotto casa di Amélie Nothomb

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Il Belgio, l’aristocrazia e il mistero sotto casa di Amélie Nothomb

Amélie Nothomb Photo : Jean-Baptiste Mondino Droits cédés 2 ans à partir du 04/2007
Amélie Nothomb – foto di Jean-Baptiste Mondino (2007)

Un mondo affascinante, l’Oriente. Un mondo che noi occidentali abbiamo imparato a conoscere attraverso gli occhi di giornalisti, romanzieri, scrittori americani ed europei che, recandovisi, ci hanno raccontato la loro esperienza. Alcuni l’hanno anche visitato o vi hanno vissuto, avendo modo di confrontare questa immagine letteraria con la realtà. In ogni caso, il primo contatto con questo continente così diverso e distante avviene sempre attraverso la mediazione della pagina scritta. Non così però per Amélie Nothomb, autrice belga (Kobé, 13 agosto 1967), che in Giappone ci è nata e vissuta, arrivando a Bruxelles solo da adulta, vivendo così al contrario questo senso di alterità culturale. E di questa società nipponica ha parlato fino ad ora nei suoi libri, più di venti. Per l’ultimo però, il noir Il delitto del conte di Neville, ha deciso di cambiare e raccontare il Belgio ed il suo mondo aristocratico, da lei definito «un mistero più esotico del Giappone».

L’idea del romanzo prende diretta ispirazione dall’opera di Oscar Wilde Il delitto di Lord Arthur Savile, in cui si sa da subito l’assassino ma si deve aspettare il finale per sapere la vittima. Per il ventitreesimo romanzo della Nothomb, classe 1966, lo stratagemma narrativo è lo stesso, con la differenza che l’ambientazione è traslata tra i palazzi e lo sfarzo della nobiltà belga. Una realtà ben conosciuta alla scrittrice, che fa parte di una delle dieci famiglie ad aver fondato il Belgio nel 1830 e che quindi ha ben chiaro cosa significhino l’etichetta, la compostezza e l’obbligo sociale. Proprio per questo, per approfondire ancora di più l’analisi di questa società estranea e, a volte, fuori dal tempo, ha deciso di inserire un particolare importante nella trama del libro: al conte di Neville viene non solo profetizzato che ucciderà qualcuno, ma in particolare un proprio ospite. Ed uccidere un ospite, come già era nell’Antica Grecia, è uno degli affronti più gravi, tanto che è questo dettaglio a creare davvero confusione nel protagonista, non l’omicidio in sé.

Nel mondo di oggi è strano pensare che possano esistere ancora certe convenzioni nell’alta società, mondo per molti di noi completamente estraneo. Ma Amélie Nothomb afferma di aver attinto direttamente alle proprie esperienze per questo romanzo, descrivendo il padre come un perfetto esemplare delle contraddizioni che ancora adesso sopravvivono nell’alta società. L’assassinio dell’ospite, in particolare, si rivela essere una specie di desiderio che la scrittrice aveva nell’infanzia, dove la tradizione spingeva il padre ad essere poco attento verso di lei, che doveva guadagnarsi la sua approvazione, data invece gratuitamente agli invitati della casa:

Da piccola avevo come l’impressione che mio padre vivesse una doppia vita. In famiglia era abbastanza riservato, non lo sentivamo parlare spesso. Ma appena c’era un appuntamento mondano si trasformava in una sorta di principe della conversazione. Provavo frustrazione e forte gelosia per gli ospiti.

Amèlie Nothomb 1La descrizione dei rapporti quasi incestuosi tra il conte Neville e la figlia Sérieuse, ma anche tra i figli Oreste ed Electre (indicativa la scelta dei nomi dei personaggi, con Oreste ed Elettra sfortunati protagonisti della tragedia greca), richiama un altro aspetto critico di questa aristocrazia che, essendo molto ridotta a causa delle dimensioni del Belgio, porta le varie famiglie ad essere imparentate strettamente tra loro. Nonostante questi vari aspetti, definiti dalla Nothomb stessa come “ridicoli e medioevali”, il suo pensiero verso la monarchia belga è sorprendentemente positivo, in quanto visto come unico mezzo in grado di mantenere integro il paese, dove il pericolo di secessione in Fiandre, Bruxelles e Vallonia è pericolosamente reale.

La vita di Amélie Nothomb è una di quelle sempre in movimento, in contatto e contrasto con le varie culture e civiltà, studiate, capite o non capite, introiettate o sentite esterne. Dal Giappone in cui è nata alla Cina comunista dell’infanzia, per poi passare alla New York della preadolescenza e al Bangladesh, dove si trasferisce a 15 anni. Qui il trauma dello stupro, l’arrivo della depressione e la segregazione in casa a leggere Proust e Kafka per elaborare la situazione, l’anoressia e la difficoltà del trovarsi in uno dei paesi più poveri al mondo dopo aver vissuto la libertà americana. Infine, il ritorno della famiglia a Bruxelles, in quel Belgio che dovrebbe essere la patria della scrittrice ma che invece sente estraneo, dove si laurea in Filologia classica ma sempre con un sentimento di distacco rispetto ai coetanei. E allora ancora il rientro in Giappone, il lavoro di traduttrice che le viene tolto, la difficoltà delle droghe, la disperazione, la decisione di tornare in Europa e dare un’altra occasione al Belgio, la pubblicazione del primo libro nel 1992, il successo… Una vita da romanzo, si suol dire. Ma una vita che ha reso Amélie Nothomb una personalità complicata, fuori dagli schemi perché ha provato ad entrare in troppi schemi e troppo diversi, capace di integrarsi ovunque ma da nessuna parte. Ancora adesso afferma di non sentirsi a casa in nessun luogo. Questo noir dedicato al Belgio, però, alla sua aristocrazia che, volente o nolente, fa parte della storia della scrittrice, potrebbe rivelarsi una volontà di avvicinarsi di più a questa società, farci pace e comprenderla appieno. Farla sua in modo da poter, finalmente, trovarvisi al centro senza difficoltà. Per scoprire questo mistero europeo che, anche se il lettore non vi ha mai posto attenzione, è più enigmatico di qualsiasi Sol Levante.

Eleonora Rustici per MIfacciodiCultura

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