Jean-Michel Basquiat, il “James Dean dell’arte moderna”

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Jean-Michel Basquiat, il “James Dean dell’arte moderna”

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Leeches, 1983

L’incessante corsa dei vagoni della metro newyorchese grida messaggi di protesta. La denuncia sociale si rivela a gran voce sotto la superficie della terra, attraverso urla silenziose, ma non per questo meno manifeste. Ed infatti, gli infiniti tunnel sotterranei sono cassa di risonanza di quei mesti strepiti trepidanti. 

Ci troviamo negli anni ’80 del Novecento, a New York, la metropoli più sognata d’oltreoceano. La destinazione dell’American Dream. Ma non tutto sembra essere così fantastico e meraviglioso agli occhi di alcuni suoi abitanti: l’America è cattiva e ingiusta.

Grida. Disegnate su vagoni di carrozze anonime. Anonime come i nomi di quei ragazzi un po’ artisti, un po’ contestatori, che, al giudizio degli uomini giusti, imbrattano i muri della città.
Che amarezza! La provocazione e la prevaricazione, meschine figlie della discriminazione, gonfiano le vene degli animi più miti. E così, quelle grida, provocate da uno solo, sono in realtà espressione del dolore di centinaia, anzi, migliaia di uomini.

SAMO©: Same Ol’ Shit (sempre la stessa merda). Pseudonimo di un talento wild. Jean-Michel Basquiat (New York, 22 dicembre 1960 – New York, 12 agosto 1988) è un ragazzo di colore, come molti altri, nella vecchia Brooklyn. Un meticcio, figlio di un haitiano e di una portoricana. Ma a differenza loro non riesce a tacersi di fronte alle ingiustizie. Ironia schiacciante: l’arma prediletta dall’artista per sconfiggere la disuguaglianza, unica legge dell’uomo bianco.
Con quello pseudonimo imbratteranno i muri della Grande Mela lui e il suo socio Al Diaz, ma quando quest’ultimo morirà, Basquiat archivierà per sempre quel nome.

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Irony of Negro Policeman

Stop. Pause. Start. La pausa di secondi che intercorre tra la discesa e la risalita di passeggeri distratti e indaffarati, concede loro solo un attimo per osservare quelle figure primitive, munite di mordaci scritte cariche di rabbia. Un attimo che travolge i secondi che scorrono nella loro quotidianità. L’intensità del momento lascia l’amaro in bocca.

Tratti feroci. Nero. Rosso. Giallo. Blu. I colori sono forti. Accesi. Aggressivi. È la rivoluzionaria Street-Art di Basquiat. Il pop e l’underground impongono il proprio way of life dalle viscere della Terra tanto da contagiare anche il gusto di quegli altolocati white collars che prima disprezzavano l’arte dei muri. Ora li vediamo nelle gallerie d’arte, quei graffiti semplici ed essenziali: Irony of Negro Policeman 1981, Liberty 1982-83. Gioco di binomi: critica pungente e ironia disarmante. Immagini e parole. Questo è lo strumento attraverso cui, quel giovane, amico di Keith Haring, porta alla luce non solo l’arte, ma anche un messaggio moderno dalla bocca, o meglio, dalle mani di chi vive sulla propria pelle la colpa di essere straniero.

Lanciato nel mondo dell’arte, dopo una vita difficile e sempre in bilico, dal geniale Andy Warhol, si legherà profondamente a lui. Ma alla morte del suo mentore avvenuta nel 1987, sprofonderà nella tossicodipendenza più grave.
Abbandonato dal mondo della critica dell’arte, non riuscirà mai a disintossicarsi e morirà a 27 anni il 12 agosto 1988.

Sofia Zanotti per MIfacciodiCultura

2 Commenti
  1. Humberto Stricklin dice

    Basquiat used social commentary in his paintings as a “springboard to deeper truths about the individual”, In September 1968, when Basquiat was about eight, he was hit by a car while playing in the street. His arm was broken and he suffered several internal injuries, and he eventually underwent a splenectomy .

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