I tesori nascosti Da Giotto a De Chirico in mostra a Salò

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I tesori nascosti Da Giotto a De Chirico in mostra a Salò

da-giotto-a-de-chiricoSe dovessimo scegliere un punto di ancoraggio nella nostra letteratura, che abbia significato una svolta decisiva per lo sviluppo della cultura italiana (ed anche europea), non avremmo dubbi, sceglieremmo Dante. Ma è ampliando lo sguardo che ci si rende conto di quanto il contesto culturale e politico di quella fiorente Firenze trecentesca, ricca di menti eccelse e straordinariamente geniali, abbia prodotto frutti che non si limitano alla sola scrittura, donando opere di stupefacente eccellenza anche nel campo della pittura. Così ci accorgeremmo che in parallelo alla produzione dantesca, vive e traccia un segno, ancora oggi indelebile, il maestro Giotto.

Da qui parte la riflessione che guida la mostra Da Giotto a de Chirico. I tesori nascosti a cura del professor Vittorio Sgarbi, in programma fino al 6 novembre presso il MuSa di Salò (Bs) (di cui il nostro giornale si è già occupato per la mostra Il Culto del Duce). Una riflessione che racchiude in sé un insieme di elementi da sbrogliare e analizzare.

Partendo dal principio: perché “tesori nascosti“? Il quesito è tutt’altro che banale. Semplice sarebbe recuperare le opere dell’artista fiorentino e riproporre in sequenza tematica o stilistica (disposizione sapientemente evitata dal curatore) il percorso che la storia dell’arte ha seguito arrivando a De Chirico. La sfida del Professor Sgarbi, invece, è proprio questa: abbandonare il concetto usuale, e ormai fossilizzato, di mostra come luogo in cui ritrovare opere e sculture conosciute dallo spettatore, per porlo di fronte ad un percorso più curioso ed intrigante. Un percorso che stimoli la mente, ma anche la vista e le emozioni, grazie alla scelta di opere poco frequentate, ma che sanno rievocare un passato condiviso. Ecco che gli autori cosiddetti Maggiori lasciano spazio ai Minori (per utilizzare una definizione ricorrente, che nel campo dell’arte è generalmente rifiutata), le cui opere raccolte non provengono, come di consueto, dai musei o dalle gallerie aperte al pubblico, ma sono molto spesso inedite, ripescate da collezioni private (fra cui anche il Vittoriale di D’Annunzio, sito a Gardone della Riviera) e dai caveau delle banche. Sono, dunque, opere irreperibili e appunto “tesori nascosti”.

mostra-musa-da-giottto-a-de-chirico-074Seppur possa sembrare questa una scelta ardita, non si deve temere per la qualità del risultato che anzi, non ha nulla da invidiare ad esposizioni di autori più famosi. Ciò che si percepisce nell’avventurarsi nel percorso è la presenza, il tocco lasciato nel DNA della storia pittorica dell’epoca da artisti come Giotto e poi Leonardo, Michelangelo, Tiziano e gli altri che vi sono succeduti. La chiave di comprensione dell’intero iter espositivo è il rimando e l’innovazione, antico e moderno.

Se ad alcuni il progetto suona familiare, almeno a quanti hanno fatto visita alla mostra Il Tesoro d’Italia, realizzata all’Esposizione Universale di Milano nel 2015, non si stanno sbagliando: come al MuSa i capolavori di tutta Italia, dal Piemonte alla Sicilia, erano i protagonisti in grado di recuperare il patrimonio culturale fieramente italiano della nostra penisola. Come all’Expo 2015, il desiderio di illustrare le peculiarità artistiche della nostra penisola ha dato vita ad un’ennesima esposizione, ma con una differenza: in quest’occasione il Professor Sgarbi ha scavato sotto terra, alla riscoperta di duecento opere dimenticate.

Ma analizziamo il percorso espositivo di Da Giotto a de Chirico. I tesori nascosti, che va dalla fine del Duecento all’inizio del Novecento: è finemente indagata l’evoluzione artistica in relazione allo stile, alle correnti, alle figure principali della storia dell’arte italiana, da Giotto a De Chirico appunto, evitando accuratamente l’appiattimento che porta alla noia, attraverso l’adozione di una linea espositiva unica e uniforme. Anzi, i molti contrasti, i chiaroscuri e le apparenti incoerenze fanno sì che il confronto possa essere visto e toccato con mano, provocando l’effetto di brainstorming.

A dare il via all’esposizione sono le due teste muliebri marmoree della prima metà del Duecento: le prime sculture italiane, riferite a un maestro federiciano, appartengono ad una torre, dove venivano utilizzate come spioncini grazie a dei fori in corrispondenza degli occhi delle statue. A seguire un’opera di Giotto, una tavola con la Madonna, il San Giovanni Evangelista del celebre scultore e architetto senese Tino di Camaino, la Croce del Maestro del Crocifisso Croci e la Croce astile del Vittoriale.

Di questa prima sala, che raccoglie le opere dalla fine del Quattrocento al Seicento, si ha un ampio ventaglio di varietà artistiche locali, relative alle zone del lombardo/veneto, in cui si sente l’eco non solo del maestro Gioitto, ma anche di Leonardo e Caravaggio in pittori come Bernardino Luini, Giampietrino e Bernardino Ferrari, Agostino da Lodi e il Bergognone, Altobello Melone, Giovan Gerolamo Savoldo, Girolamo Romanino, Francesco Prata da Caravaggio, Tanzio da Varallo, Francesco Cairo, Carlo Francesco e Giuseppe Nuvolone, Agostino Santagostino, Giacomo Ceruti, e ancora del veneziano Andrea Celesti e del lucchese Pietro Ricchi, attivi entrambi sul Lago di Garda.

DSC_7237 (1)Giunti nella seconda sala ci si affaccia al pieno Seicento, ma è lo spazio dedicato agli artisti napoletani e romani dello stesso secolo ad essere fortemente suggestivo. Il Pomarancio, Giovanni Battista Gaulli detto Baciccio, Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, Andrea Sacchi, Jusepe de Ribera, Battistello, il Maestro di Fontanarosa, Francesco Cozza, Luca Giordano e Francesco Solimena affrontano con estrema originalità tematiche fedeli alla tradizione michelangiolesca e caravaggesca, di stampo religioso, ma anche temi che si riferiscono alla cultura classica come l’opera di Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino (Arpino, 1568 – Roma, 1640) Caduta dei ciclopi dall’Olimpo, 1620-1625.

Viene poi affrontato il barocco romano rappresentato dalla produzione molto intellettuale ed idealizzata di Andrea Sacchi, Ebbrezza di Noè (1645 circa) e dalle opere allegoriche di Guido Cagnacci, Allegoria della pittura (1650-1655). Per approdare poi all’Ottocento i cui protagonisti sono Antoon Sminck Pitloo, Antonio Basoli, Filippo Palizzi, Domenico Morelli, Odoardo Borrani, Federico Rossano, Niccolò Cannicci, seguiti da Antonio Mancini, Vincenzo Volpe, Vincenzo Migliaro, Gaetano Previati, Giovanni Boldini ed Ettore Tito.

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Giorgio De Chirico, Oreste e Pilade

Ed infine il Novecento che ha come principe Giorgio De Chirico. Gentiluomo in villeggiatura (1933-1934), Nudo (1920 circa), Bagni misteriosi (post 1937), Oreste e Pilade (1960 circa), Cavallo e zebra (1938 circa), Autoritratto (1955-1960), Piazza d’Italia (1955 circa) catturano lo spettatore, imbrogliandolo con catene indissolubili, quelle della pittura metafisica.

In uscita invece uno spazio completamente dedicato ad un autore salodiano: Sante Cattaneo (Salò, 1739 – Brescia, 1819) La Riviera ringrazia il provveditore Marco Soranzo, 1786. E come ultima opera, Antonio Ligabue con il suo Autoritratto datato 1962, che sembra dire: «guarda l’arte con i tuoi occhi, non con quelli di un altro. Non badare ai critici, alle pagine dei libri, scegli il tuo modo di viverla» proprio come fece Ligabue, detto “El matt”, nel corso della sua carriera artistica.

In contemporanea alla ricchissima mostra Da Giotto a de Chirico. I tesori nascosti sarà possibile accedere alle mostre Si può scolpire l’anima? a cura di Vittorio Sgarbi e L’immagine dell’italia attraverso la fotografia a cura di Italo Zannier e Vittorio Sgarbi.

Una mostra dunque davvero vasta e completa che raggiunge l’obiettivo di mostrare una panoramica su oltre 700 anni di storia dell’arte, collocata in un museo di recente apertura che si prospetta entrare di diritto nelle istituzioni museali d’eccellenza.

Sofia Zanotti per MIfacciodiCultura

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