Keith Haring: Il Neo-Pop di strada in mostra

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Keith Haring: Il Neo-Pop di strada in mostra

L’arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare.

Keith Haring e Jean-Michel Basquiat
Keith Haring e Jean-Michel Basquiat

Ecco la frase che meglio sintetizza la visione estetica di Keith Haring, in mostra a Pietrasanta (Lucca) fino al 30 settembre con K. H. Collezione privata di Keith Haring. Terracotte | Disegni | Acrilici| Gadget.
Come dice il titolo, un’esposizione di varie tipologie di opere (in tutto 16), dalle più note alle meno conosciute, comprendendo anche gadget acquistabili per finanziare la Fondazione Keith Haring che porta avanti la lotta contro l’AIDS e programmi educativi rivolti all’infanzia. Una scelta che dimostra l’importanza data alle tematiche affrontate dall’artista in vita e che lo hanno anche riguardato personalmente.

Nato nel 1958 a Kutztown (Pennsylvania, USA), Keith Haring si interessò all’arte già in giovane età formandosi alla School of Visual Art di New York. Entrò così in contatto con il caos sociale e politico che affliggeva la Grande Mela negli anni Settanta: in preda al degrado industriale ed alla corruzione dilagante nell’amministrazione, la città stava passando una dura fase pervasa da criminalità e tensioni razziali dovute alla marginalizzazione nelle periferie. Un contesto da cui nacque la tendenza del Graffitismo, in principio unica forma di disobbedienza civile delle minoranze etniche che abitavano la metropoli e successivamente vero e proprio movimento artistico sotto la sigla U.G.A. (United Graffiti Artists). Il rancore e la volontà di cambiamento del postmoderno si fece sentire così con tutta la sua forza impressionando Haring, che ebbe così modo di conoscere gli artisti dell’associazione come Jean-Michel Basquiat, Kenny Scharf e tanti altri. Un team con cui si trovò ad esporre per la prima volta nel 1980 per la mostra Times Square Show, focalizzata sui trend artistici contemporanei e locali: un’esperienza decisamente storica, perché mise finalmente al centro della città la parola della periferia del Bronx, in perenne sofferenza e solitudine.

Immagine per la sensibilizzazione sull'AIDS
Immagine per la sensibilizzazione sull’AIDS

Successivamente Haring, come molti altri esponenti della Street Art, decise di uscire in maniera ancora più risoluta dai confini istituzionali intervenendo maggiormente negli spazi pubblici con disegni su cartelloni pubblicitari (come quello nel 1981 nella Metropolitana di New York) e su altri supporti. Una scelta che comportò non pochi problemi con gli apparati di giustizia: non a caso l’artista subì numerosi arresti per “vandalismo”. Tutto cambiò notevolmente verso la metà degli anni Ottanta, quando il fenomeno ribelle del Graffitismo si trovò in declino a causa dell’intiepidirsi delle tensioni sociali che ne erano state la causa scatenante. Peraltro come movimento aveva sempre avuto l’obiettivo di comunicare emozioni d’impatto al fruitore, senza un reale fondamento filosofico.

Tuttomondo, Pisa (1989)
Tuttomondo, Pisa (1989)

Haring riuscì però a rimanere sulla scena, andando oltre l’esperienza graffitista: ne mantenne l’iconografia quasi infantile, basata su un disegno minimale e simil-fumettistico, ma abbandonò la caratteristica fugacità dei suoi messaggi. Infatti fece la precisa scelta ideologica di trattare tematiche più “universali” come l’amore nella sua accezione più sincera, la lotta contro la paura del diverso, l’essere comunità e la sensibilizzazione sul sesso sicuro. Proprio per questo gli enti privati e pubblici passarono ostacolarlo al chiamarlo per commissionargli la cura della grafica di manifesti pubblicitari o di comunicazioni sociali. Comunicazioni sociali di cui si occupò strenuamente con il suo stile schietto e diretto fino alla morte prematura nel 1990 proprio a New York per AIDS. Quella chimera contro cui aveva sempre combattuto cercando di prendere le precauzioni considerate opportune per il tempo, ma che purtroppo non erano state abbastanza.

Di lui ci rimane un messaggio chiaro di pace ed umanità, restituito dal suo ultimo capolavoro: la parete Tuttomondo sulla facciata esterna della Chiesa Sant’Antonio Abate di Pisa, realizzata nel 1989.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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