Primo Levi: sì, questo è un Uomo

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Primo Levi: sì, questo è un Uomo

Primo Levi31 luglio 1919, Torino. Da una famiglia di origini ebraiche nasce Primo Michele, cognome Levi come quello del padre, Cesare. E sempre a Torino si chiuderà la sua vita, l’11 aprile 1987, o almeno biologicamente parlando; perché forse la vita di Levi aveva iniziato a chiudersi poco alla volta già molti anni prima, durante l’esperienza che lo ha reso celebre e noto in tutto il mondo: la prigionia nel campo di sterminio di Auschwitz.
O meglio, ad averlo reso “famoso” non è stato tanto questo, quanto il fatto che sia sopravvissuto per raccontarlo. E difatti Levi lo racconta, nelle bellissime quanto tragiche pagine del suo primo romanzo, intitolato Se questo è un uomo (1947). Verrebbe quasi da fare un paragone tra lui e il più grande poeta italiano di sempre, Dante Alighieri. Primo Levi compie in prima persona quel viaggio verso l’Inferno che Dante ci descrive nella Commedia, ma il suo viaggio non ha niente di divino: è un viaggio reale, di andata e ritorno dalla morte, con una permanenza di ben due anni nella sua morsa, sempre più serrata. Levi racconta che sul treno che lo portò al campo di sterminio di Auschwitz, in Polonia, erano 650 tra uomini e donne: di questi solo 20 fecero ritorno dal campo, lui compreso.primo levi

Prima del campo uomo, dopo il campo sopravvissuto. Ma questa esperienza non era una semplice malattia che poteva essere sconfitta con la giusta medicina. Levi la chiama demolizione di un uomo e cerca di descriverla con queste parole:

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.

Non per niente Levi viene considerato una vittima a posteriori della detenzione ad Auschwitz. La sua morte, avvenuta il 11 aprile 1987 a seguito di una caduta dalle scale della sua casa di Torino, è secondo molti un suicidio, dovuto proprio all’impossibilità di superare l’orrore vissuto.

primo levi (3)Primo Levi è stato chimico, poeta e scrittore, e sono state proprio le parole l’unica formula che in parte ha funzionato per alleviare quel dolore fisico, ma forse ancor peggio mentale, che lo ha tormentato per il resto della sua vita. Parole che, in Se questo è un uomo, tradiscono l’urgenza della testimonianza immediata del sopravvissuto e che portano a una narrazione asciutta, sintetica ma allo stesso tempo esauriente.

Leggendo le sue indelebili memorie non possiamo restare indifferenti, perché quello accaduto a Levi e ad altre milioni di persone innocenti sarebbe potuto succedere a chiunque di noi, se solo fossimo nati nel momento e nel posto sbagliato. Ed è in tempi come questi che stiamo vivendo, in cui ci sentiamo attaccati e vulnerabili più che mai, che una frase scritta da Levi sembra esserci stata tramandata come per avvertimento:

A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, allora, al termine della catena, sta il Lager. […] finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.

Chi ha orecchie per intendere…

 

Alessia Sanzogni per MIfacciodiCultura

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