Al Museo Pecci di Prato si ricomincia dalla fine

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Al Museo Pecci di Prato si ricomincia dalla fine

"Sensing the waves", Nuova ala progettata da Maurice Nio. Foto: Ivan D'Alì
“Sensing the waves”, nuova ala progettata da Maurice Nio. Foto: Ivan D’Alì

A volte capita di iniziare la lettura di un romanzo e rendersi conto che il racconto parte proprio dalla fine, senza che questa ne sveli la soluzione. Una storia, in cui la fine diviene preambolo dell’inizio, è ciò che si sta apprestando a raccontare anche il Museo Pecci di Prato.

Il “Pecci”, come familiarmente è sempre stato chiamato, è la prima istituzione italiana costituita ex novo per presentare, collezionare e promuovere le ricerche artistiche più avanzate dagli anni Cinquanta del Novecento ad oggi.
Il progetto, nato nel 1988 per volontà del Cavaliere del lavoro Enrico Pecci e donato alla città di Prato in memoria del figlio Luigi, è stato il riflesso di un collezionismo d’arte contemporanea diffusosi a Prato, anche grazie alla vicinanza con la Casa d’aste Farsetti e a figure di riferimento come il collezionista di arte ambientale Giuliano Gori. L’attività museale ed i numerosi programmi realizzati per oltre venticinque anni hanno contribuito ad incrementare la raccolta permanente del Pecci, che oggi annovera più di mille opere tra pitture, sculture, installazioni, opere su carta, libri d’artista e fotografie.

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“Break-through – 2013 – Thomas Hirschhorn -.white polystyrene, tape, cardboard, wood, paint – variable dimensions, photo: Luciano Romano, courtesy of Galleria Alfonso Artiaco

Nell’estate del 2013 la sede del museo è stata chiusa per permettere il completamento dell’attività di riqualificazione dell’edificio originario nonché l’ampliamento dello stesso a firma dell’architetto olandese di origine indonesiana Maurice Nio.
Finalmente, il prossimo 16 ottobre vi sarà la grande riapertura del nuovo Centro per l’arte contemporanea il quale, con l’inaugurazione della mostra intitolata La fine del mondo, certificherà il riavvio delle proprie attività museali. La mostra è stata presentata dal direttore artistico e curatore Fabio Cavallucci il quale ha spiegato che il titolo nasce da «una presa di coscienza della condizione di incertezza in cui versa il nostro mondo». Essa è stata realizzata in modo tale da spingere il visitatore all’interno di un’esperienza sensoriale fatta di scansioni di spazi e di suoni, attraverso i quali lo stesso spettatore verrà proiettato ad anni luce di distanza dalla terra e dal tempo presente, con il fine ultimo di far pensare alle distanze cosmiche ed ai lunghissimi tempi della storia dell’Universo, di fronte ai quali le nostre esistenze sono solo frammenti inconsistenti. La curiosità di sperimentare fisicamente questo percorso, unita alla consapevolezza della precarietà della nostra esistenza, induce ad immaginare questa esposizione come un viaggio, reso possibile semplicemente acquistando il biglietto per entrare nella navicella spaziale che la ospita.
Una volta salito sulla navicella, il viaggiatore-spettatore potrebbe rendersi conto che la fine del mondo, l’Apocalisse, fa già parte del mondo in quanto lo stesso affonda le proprie radici in un humus di instabilità, nel quale si esprime perfettamente la finitezza dell’essere umano. Un mondo a pezzi, frammentato e scosso dalle peggiori brutalità, nel quale anche le poche certezze che abbiamo vengono tragicamente e costantemente messe in discussione.

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Umberto Boccioni, “Forme uniche nella continuità dello Spazio”, bronzo, cm.120, 1913, courtesy of Roberto Bilotti

Di fronte ad una visione cosi nitida, come quella resa possibile collocandosi in una diversa dimensione spazio-temporale, il viaggiatore potrebbe quindi provare il desiderio di staccarsi completamente da questa nostra esistenza, interpretando l’esperienza come una via di fuga, oppure provare un’intensa malinconia verso qualcosa che ama profondamente ed ha perso.

In questo viaggio sarà quindi l’Arte a guidare il visitatore verso nuove dimensioni, con una narrazione composta da tutte le espressioni ed i linguaggi artistici – architettura, musica, danza, cinema –  le cui voci saranno quelle di artisti di fama internazionale affiancati da giovani emergenti ancora poco conosciuti oltre che da maestri della storia dell’arte come Marcel Duchamp, Pablo Picasso o Umberto Boccioni.

Una fine, anzi la Fine del mondo è quella che ci aspetta al Pecci di Prato a partire dal 17 ottobre 2016 e che ci porterà a riflettere sul tempo che viviamo, offrendoci nuove chiavi di lettura sul futuro che ci attende.

Greta Zuccali per MIfacciodiCultura

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