Il dannunziano Andrea Sperelli è il Jep Gambardella dell’Ottocento?

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Bisogna fare della propria vita come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.

5413Potrebbero sembrare le parole del re dei mondani per eccellenza, Jep Gambardella, il protagonista de La grande bellezza di Paolo Sorrentino, invece sono le parole del padre di Andrea Sperelli, protagonista de Il piacere di Gabriele D’Annunzio, una sorta di Gambardella del 1889.

Per comprendere questo paragone, occorre mettere da parte i pregiudizi legati all’autore del libro, in questo caso alle prese con il suo primo romanzo, perché per certi aspetti anticipò di più di un centinaio d’anni il Gambardella nella sua vita inimitabile: una maniera di vivere dannunziana che ritroviamo sin dalle prime pagine de Il piacere. Il libro si apre con Roma in un continuo inno alla bellezza, alla grande bellezza, all’arte, alla ricerca del piacere, una Roma mondana di fine ‘800: proprio questo romanzo porterà la tendenza decadente in Italia.

I parallelismi con La grande bellezza di Paolo Sorrentino risultano inesauribili, dai salotti alle ambientazioni, dalla delusione amorosa alla concezione della vita: una motivazione in più per leggere e amare questo capolavoro di D’Annunzio che merita di essere giudicato in maniera oggettiva. Basterebbe infatti poco per rendersi conto di quanto amore si nasconde dietro Gabriele D’Annunzio, di quanto possa essere debole il Superuomo e ancor di più di quanto possa essere attuale. L’immersione totale nella Roma del tempo, i continui riferimenti alla Galleria Borghese, alla piazza Barberini e piazza Spagna lasciano al lettore la possibilità di immergersi totalmente in quegli ambienti mondani, spesso solitari, spesso troppo affollati, rendendosi conto che è molto più simile all’attuale di quanto si potesse immaginare.

L’accumulare tutti gli oggetti, «oggetti che avevano per lui acquistato qualche cosa della sua sensibilità», era un modo di Andrea Sperelli per rendere partecipi tutti coloro che lo circondavano dei suoi sentimenti, talvolta anche per riempire il vuoto lasciato nella sua casa, il famoso Palazzo Zuccari, dall’addio della donna amata, la sua Elena Muti. La regola restava la stessa, “Habere non haberi”: pur circondandosi di apparenze, l’importante era saper discernere il reale dal fittizio. Per questo la sua casa «era un perfettissimo teatro» ed egli stesso si impegnava nel recitare la sua parte, quella dell’indomabile, del perfetto uomo dell’alta società, quasi intoccabile, nascondendo la sua debolezza nell’intimo dolore provato per la fine del suo amore. «Tutto intorno aveva assunto per lui quella inesprimibile apparenza di vita», tutto era legato al ricordo di lei, come «una fiala che rende dopo anni il profumo dell’essenza che vi fu un giorno contenuta». Andrea Sperelli sa dimostrarsi nel suo intimo un personaggio estremamente sensibile e in fondo cosa ci suggerisce Jep? «Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella». Si tratta di una sensibilità strettamente legata alla propria interiorità, che permette di vedere e sentire oltre le apparenze, destinata a restare segreta, invisibile, nascosta. In fondo, allo stesso modo, anche Jep saprà piangere, in segreto.

dannunzio-696x575Ma chi è dunque Andrea Sperelli? È un esteta, un nobile romano, un uomo di intelletto educato al culto della Bellezza come valore assoluto. Il protagonista conduce la sua vita “inimitabile” proprio come un’opera d’arte, una vita come artificio, nascosta sotto un continuo “bla bla bla”, recitando la parte del superuomo, un uomo “avido di piacere e d’amore”, in continuo contrapporsi tra essere e apparire, che tramite flashback rimanda continuamente alla storia d’amore con Elena Muti, l’unica che desterà in Andrea un amore sensazionale, in grado di coinvolgere pienamente i cinque sensi, e lei, meravigliosa donna sensuale, lo attraeva «per la libertà dei suoi motti, per il suo infaticabile sorriso». Elena (come l’Elisa di Jep) è però una donna che non sa restare, «che voleva spezzare l’incanto», pur rompendo in lui tutte le forze dell’intelletto, pur essendo sua. Lascerà in un’inquietudine indefinibile Sperelli che lo spingerà a nuove avventure amorose, esperienze mondane, compagnie superficiali, duelli: proprio in seguito ad uno di questi resterà ferito e sarà costretto ad un periodo di convalescenza presso la villa di Schifanoja di sua cugina, a Francavilla, dove conoscerà la ricca Maria Ferres. Illudendosi di poter amare nuovamente, si ritroverà a passare un’ultima notte d’amore con la Ferres, immaginando in realtà la sua Elena e si ritroverà a vivere nel suo stesso artificio, la duplicità del suo carattere in questo duplice amore. Ma questa è un’altra storia, e merita di essere letta, senza ricevere anticipazioni.

Il suo grande amore alla fine resterà Roma, la Roma delle ville, quella di Trinità de’ Monti dove «v’è raccolta come un’essenza in un vaso, tutta la sovrana dolcezza di Roma». La Roma di Sperelli sembra essere la stessa del Gambardella: la terrazza di Jep si trasforma nella sala da pranzo della contessa, dove superficialmente si discute con amici che sembrano essere «tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia, prenderci un po’ in giro», perché in fondo ciò che nutre l’animo di un uomo quasi intangibile va ricercato molto in profondità. È lo stesso intramontabile sfondo, quello della Città Eterna, dove la bellezza non muore mai. Entrambi cercano di mantenere ad ogni costo «intiera la libertà, fin nell’ebrezza» spesso attraverso la parola, il cui uso appare incommensurabile, divenendo estremamente profonda e permettendo all’autore stesso di goderne attraverso i sensi, come «i greci, gli artefici della parola, i più squisiti goditori dell’antichità». In questo amore per la parola ritroviamo le qualità dannunziane più elevate, dimostrandosi maestro della prosa alla ricerca di continui arricchimenti. Infatti si considera Andrea Sperelli un alter ego dell’autore stesso, che in prima persona si era ritrovato nella Roma elegante che sapeva ancora d’antichità, da giovane abruzzese quale era, catapultato in un mondo dove la ricerca della bellezza alla fine viene assecondata e si scontra con una realtà superficiale e decadente: ci si ritrova soli alla ricerca di un piacere che non potrà essere raggiunto e che riporta inevitabilmente alla crisi sociale e morale della società aristocratica ottocentesca.

RomaL’obiettivo di Sperelli resta quello di entrare in quel mondo tanto criticato ma affascinante, e farne parte ma non da personaggio secondario, bensì da protagonista: tutti devono parlare di lui, in qualsiasi modo, proprio come Jep non voleva essere semplicemente un mondano, «volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alle feste, io volevo avere il potere di farle fallire».

Il piacere è la grande bellezza, ma la bellezza alla fine acquisisce, sia nel libro che nel film, un valore strettamente individuale, estremo: quale valore universale può celarsi dietro la grande bellezza? Cosa si cerca realmente? La grande bellezza è forse una sensazione che non ha nome, se non questo. Ci si immagina su una terrazza che affaccia sul Colosseo, con la consapevolezza di non poter più perdere tempo a fare cose che non ci va di fare, contemplando in una stretta, meravigliosa solitudine, l’eternità e sentirne l’eco, sentirne la grande bellezza scorrere dentro. Sì, forse è questa sensazione. Una combinazione di inceppi interiori, di ossimori strampalati. La grande bellezza è Roma, è la vita, o sei tu.

Giusy Esposito per MIfacciodicultura

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