La Scapigliata – In ricordo di Alexandre Dumas, père

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La Scapigliata – In ricordo di Alexandre Dumas, père

Porthos pianse, Aramis mostrò i pugni al cielo e Athos si fece il segno della croce.

I Tre Moschettieri (LXIII – Una goccia d’acqua)

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Alexandre Dumas nasce il 24 luglio 1802 dai lombi ormai consumati del Général Dumas, Thomas Alexandre Dumas nato Davy de la Pailleterie, bonapartista della prima fila dalla leggendaria statura e forza che gli ispirerà il moschettiere Porthos. Il cognome Dumas lo deve alla nonna, schiava africana, Marie Césette detta la femme du mas, vale a dire donna della cascina. Orfano a quattro anni, non può ricevere un’educazione adeguata ma già a quindici è a servizio da un notaio, Villers, e a ventuno dal Duca d’Orléans, il futuro Luigi Filippo I re della Restaurazione. Michelet lo definì una forza della natura e Mirecourt un tamburino erculeo dal naso africano, e questa è più o meno l’impressione che si trae dalle foto d’epoca.

Esordisce a teatro, nel 1829, e già l’anno successivo è il principale rivale di Victor Hugo. Nel frattempo nasce il primo di una lunga serie di figli, Alexandre, che seguirà le sue orme. Nel 1844 escono contemporaneamente Il Conte di Montecristo e I tre Moschettieri, come romanzi a puntate su Le Siècle: è la svolta di stile, il passaggio alla maturità artistica e l’inizio di una monumentale produzione che lo porterà a firmare 257 romanzi. Se non è grafomania questa… Anche se lo scrittore si avvale di numerosi collaboratori, soprannominati negri, il più importante dei quali è lo storico Adrien Maquet. Quindi, oltre a consacrare la pratica del feuilleton, Dumas avvia una vera e propria produzione industriale, unico modo per soddisfare gli editori.

L’enorme successo e la continua richiesta avrebbero dovuto renderlo ricco, invece si fa rovinare dallo spirito sregolato e dall’imprudenza negli affari: ammassa ben 150 creditori!

Nel 1860 s’imbarca a Marsiglia, la meta sarebbe l’Oriente ma lo scalo ligure lo induce a cambiar obbiettivo: il 9 giugno raggiunge Garibaldi a Palermo.  Pubblica Ricordi garibaldini, 1861,mentre è direttore degli scavi e dei musei a Napoli.
Quando rientra in Francia, è di nuovo immerso nei problemi economici tanto da morire in miseria, nonostante gli aiuti del figlio. È il 1870.

Eugène Delacroix, pittore romantico e storico, annota nei suoi Diari:

25 novembre 1853

Il terribile Dumas, che non abbandona mai la sua preda, è venuto a scovarmi a mezzanotte, col suo quaderno bianco in mano… Dio solo sa che cosa caverà dai ragguagli che io scioccamente gli ho dato! Mi è molto simpatico, ma non sono fatto della sua stessa pasta, e noi non perseguiamo lo stesso scopo. Il suo pubblico non è il mio: uno di noi due è per forza un pazzo.

Alla sua morte, sopraggiunta il 5 dicembre 1870, fra articoli, romanzi, sceneggiature, memoriali e via dicendo, Dumas è l’autore di 600 scritti: di fronte a questi numeri il pettegolezzo che lo vuole firmatario di opere mai nemmeno sfagliate sembra più che mai verosimile. A tali risultati Balzac, altro grafomane doc, non ci si avvicina nemmeno. L’ingegno di Dumas però non si limita a oliare bene gli ingranaggi della macchina, basta analizzare la genesi de I Tre moschettieri: Maquet e i negri compongono il canovaccio, la prima stesura, la consegnano a Dumas che corregge, aggiunge digressioni, pause, battute. Dà il tocco finale. Esattamente lo stesso principio su cui, in arte, si fondano le botteghe medioevali, e che ancora nel primo Ottocento è sfruttato dal Canova. L’opera d’arte deve tutto al non so che, proprio degli artisti e non della bassa manovalanza, e in Dumas questo si concreta nei salti logici, nelle esagerazioni quasi parodistiche, negli anacronismi, nell’incontinenza e nella suspense. Umberto Eco è spietato quando afferma che, nel Conte di Montecristo, Dumas impiega «equilibrismi metaforici, da circo, da vecchia nonna arteriosclerotica che non riesce a tenere la consecutio temporum…»

Ma poche righe più sotto ammette: «il traduttore non può che arrendersi al fascino dell’impudenza».

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Fascino che è l’unico, vero, abbagliante motivo per il quale Dumas è amato, e, perciò, ininterrottamente ristampato.

 

Veronica Benetello perMIfacciodiCultura

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