Cinquantasette giorni dopo: Paolo Borsellino, per non dimenticare

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Cinquantasette giorni dopo: Paolo Borsellino, per non dimenticare

Paolo Emanuele Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 – Palermo, 19 luglio 1992)

Il 19 luglio 1992 un filo rosso, non di passione ma di sangue, dopo cinquantasette giorni, giunse all’altro capo.

Cinquantasette giorni. Ogni giorno vissuto come se fosse l’ultimo, finché l’ultimo, inesorabile, non sopraggiunse senza pietà spazzando via ogni cosa. Dopo il precedente attentatoborsellino a Giovanni Falcone (23 maggio 1992), “seri pericoli” erano previsti per il procuratore aggiunto di Palermo, Borsellino Paolo, come si legge in una nota dei Carabinieri del 20 giugno ’92. Eppure, cinquantasette giorni trascorsero lenti. Tanti, o forse non abbastanza per proteggere a dovere un morto che cammina. Così, il 19 luglio 1992 a Palermo, l’Italia e il mondo intero tremarono ancora. Quei cinquantasette giorni uccisero Borsellino e furono sufficienti ad annientare la fiducia nelle istituzioni e negli ideali trasmessi e inculcati dalla società di tutte le generazioni a venire. Le fondamenta della Repubblica bruciavano sulle piaghe di un popolo ferito come la cenere ardente di quell’ennesima esplosione.

Furono solo giorni di attesa e di corsa alla verità, troppo grigia e opaca per brillare. A brillare, al suo posto, fu una Fiat 126 rigorosamente rubata e imbottita di 90 chili di esplosivo. Ora il procuratore aggiunto e la sua scorta brillano chissà dove, lontano da qui. Una precisione svizzera separò di un’ora esatta la precedente strage dell’amico e collega Falcone dall’epilogo di via D’Amelio. Chissà perché fu scelto proprio quel pomeriggio di luglio per sfregiare, ancora una volta, inesorabilmente il volto di Sicilia agli occhi di un’Italia incredula. Se la speranza è l’ultima a morire, anch’essa era morta lungo l’autostrada. Immaginare un epilogo diverso non era da ottimisti, era da sognatori. Due uomini, un solo obiettivo, un solo destino.

downloadGli agenti di scorta e lo stesso Borsellino avevano più volte dichiarato quanto via D’Amelio, residenza della madre del magistrato, fosse pericolosa perché molto stretta e per tale ragione avevano richiesto il divieto di parcheggio. Le richieste però caddero vane e probabilmente non sarebbero bastate ad arginare la certezza, più che la minaccia, di una fine mostruosa.

Fin dai tempi di Cristo, riconoscere un eroe dopo la sua morte mostra la piccolezza di un popolo indotto e disorientato. Ora in via D’Amelio cresce un albero forte e rigoglioso. È l’albero di Paolo Borsellino e della sua scorta, di Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. È l’albero della strage, è l’albero della vita che vince sulla morte. Vogliamo ricordalo fiero come nella foto che campeggiava maestosa sulla facciata del Tribunale di Milano, con la testa alta di chi non ha paura.

Ora Borsellino, come Falcone, è un eroe nazionale. È una scuola, una piazza, una via. È la strada maestra di un Paese in rovina. 

Oggi come ieri, ieri come allora, anno dopo anno: per non dimenticare.

Agnese Stracquadanio per MIfacciodiCultura

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