A Verona è summer show con le opere di David Simpson

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A Verona è summer show con le opere di David Simpson

ECCENTRIC POLYPLANE (1)Studio la Città a Verona, storico spazio espositivo cittadino e galleria d’arte tra le più note nell’ambiente di riferimento, ha pensato di festeggiare l’arrivo dell’estate con un evento degno di nota e allo stesso molto particolare. Perché in fondo l’arte e la cultura non vanno mai in vacanza giusto?
Quindi, proprio per questo, quale migliore occasione per visitare posti nuovi e conoscere artisti interessanti magari approfittando di un momento di maggiore tranquillità?

Studio la Città, in questo periodo, ha deciso di proporre ai suoi visitatori un vero e proprio summer show nel quale, ancora una volta, protagonista assoluta non poteva che essere l’arte contemporanea. Tra le proposte espositive, tutte di ottima qualità, un’intera sala è dedicata all’artista americano David Simpson di cui, per la prima volta assoluta, vengono esposte le opere degli anni ’80.

David Simpson è nato nel 1928 a Pasedana ma vive e lavora a Berkeley in California. Dopo la laurea alla California School of Fine Arts, conseguita nel 1956, inizia il suo percorso artistico con più di settanta mostre personali in gallerie e musei di tutto il mondo. Tra queste si ricordano Americans del 1963 presso il Museum of Modern Art di New York e Post- Painterly Abstraction del 1964 più volte riproposta in occasioni diverse.
Un’occasione, a mio avviso, unica e da non perdere per ammirare opere particolari e interessanti, dal punto di vista strutturale e cromatico nelle quali il bilanciamento del colore è stato operato con l’ausilio di forme geometriche dai contorni netti e precisi.

David SimpsonLa struttura si presenta sagomata, talvolta composta da quadrati affiancati oppure sovrapposti, e il dialogo che si viene a creare tra l’elemento del colore e il volume è, senz’altro, funzionale a una ricerca che l’artista porta avanti sin dai suoi primi esordi nel gruppo astrattista americano. Tra le peculiarità di David Simpson quella di non proporre dipinti referenziali, tematici o magari allegorici ma, al contrario, la capacità di dare vita ad opere “evolutive” in cui si generano trasformazioni di luce e colore. Non semplici illusioni ottiche ma veri e propri viaggi esperienziali. In questo percorso si percepisce, anche, lo stretto legame con la storia dell’arte americana del primo dopoguerra e la diretta influenza che i pittori astrattisti di metà ‘900 come, ad esempio, Robert Ryman e Mark Rothko hanno avuto.

Il risultato è quello di avere opere minimaliste ma mai banali né esemplificative del processo creativo che precede la creazione del lavoro. Opere in grado di colpire l’animo umano con la loro energia e con la loro unicità pur facendo parte di un progetto complesso e più ampio.

Rossana Cavallari per MIfacciodiCultura

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