Che capolavoro, peccato la didascalia sia illeggibile!

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Che capolavoro, peccato la didascalia sia illeggibile!

Una didascalia davvero troppo piccola
Una didascalia davvero troppo piccola

Dopo anni di voluta dimenticanza, finalmente anche l’Italia si chiede perché leggere una qualsivoglia didascalia museale sia così faticoso, dopo le numerose sollecitazioni dell’ICOM (International Council of Museums) e dei visitatori museali di ogni età e provenienza.

Il mondo anglosassone ascolta da sempre le istanze dei turisti, attento com’è all’accoglienza e al merchandising in generale, eppure in ogni dove c’è il problema reale di come rendere piacevole la comprensione delle opere d’arte, in contenitori non necessariamente informatizzati. La discussione tra gli addetti ai lavori parte dal primo strumento di cui il visitatore dispone solo dinanzi anche al più piccolo capolavoro dell’uomo: la didascalia. Poco leggibile, volutamente collocata per mimetizzarsi con la parete di fondo, spesso scarna, sterile e quindi inutile. Per assurdo da qualche anno perfino assenti, perché sembri che l’opera parli da sé.

C’è davvero da rabbrividire e questo purtroppo incoraggia chi crede che nell’arte ognuno possa e debba vederci ciò che gli pare e piace, annullando completamente decenni di studi, ricerche e lavoro di storici dell’arte spesso sottopagati.
Pensiamo anche alle tanto pubblicizzate mostre nelle città d’arte, per le quali architetti sanno rendere emozionante ogni allestimento senza trascurare luci e ombre in ogni angolo. Sebbene tutto questo bel lavoro ci stupisca e ci coinvolga, spesso ci capita si doverci piegare in due per capire il titolo dell’opera, l’anno e la tecnica utilizzata.

Nei musei la situazione precipita tristemente con didascalie scritte solo in italiano, riportando come data dell’opera ancora quella dell’attribuzione – a volte dubbia o errata – dei lontani anni ’70 -’80. Eh sì, bastava in quegli anni tinteggiare di bianco le pareti di un vecchio edificio inutilizzato, appendere qua e là qualche quadro, fissare su un cubo qualche scultura meravigliosa et voilà… che bel museo! Col tempo qualche coraggioso conservatore di beni culturali italiani bistrattati, ha scritto a macchina le didascalie, le ha magari plastificate con lungimiranza e da allora tutto tace.

didascalie 3 (1)Basterebbe oggi aumentare le dimensioni del carattere, magari bianco su fondo nero e aggiungere una breve descrizione dell’opera con qualche accenno all’avventurosa vicenda che l’ha portata al museo, luogo a cui in origine non era destinata. Ecco la priorità: didascalie aggiornate e descrittive, altro che QCode e schermi touch-screen in locali senza sedie, schede introduttive e distributori d’acqua!

E ancora, si osservino bene adolescenti e anziani che – tanto dagli Uffizi come dal piccolo museo della comunità montana sul cucuzzolo della montagna – escono stravolti e spesso confusi. Tutte quelle immagini restano nella mente dei visitatori miscelate a date e nomi, senza capire il filo logico che le ha portate in quelle spesso suggestive stanze.

L’opera da sola non parla, le audio-guide hanno un costo e le app per smarthphone ancor più, noi vogliamo semplicemente sederci di fronte all’arte e leggere quel che ci basta per entrare in contatto con la storia. Non è una buona idea, è una necessità che di certo porterebbe ad un aumento dei visitatori nei musei, appassionati e coinvolti, che con piacere torneranno a vivere la cultura.

Felicia Guida per MIfacciodicultura

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