Louise Bourgeois e la sua arte introspettiva al Guggenheim di Bilbao

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Louise Bourgeois e la sua arte introspettiva al Guggenheim di Bilbao

imageLouise Bourgeois (Parigi, 25 dicembre 1911 – New York, 31 maggio 2010) il Guggenheim di Bilbao ha deciso di dedicare un’importante retrospettiva, incentrata sulla ricerca dell’artista francese riguardo la complessità della mente umana, dal titolo Louise Bourgeois. Structures of Existence: The Cells, curata da Julienne Lorz, Petra Joos e Jerry Gorovoy, visitabile fino al prossimo 4 settembre.

La sua arte si basa su un’autoanalisi lunga e dolorosa a partire dalla sua infanzia per proseguire nella sua ribellione al conformismo: essa è onirica e talvolta di difficile comprensione, capace di inquietare e stimolare quesiti e dubbi, e quindi spingere a fare i conti con se stessi e con il proprio lato oscuro.

Dopo aver studiato alla celeberrima École des Beaux-Arts di Parigi, conosce tra gli atelier di Montmartre il critico americano Robert Goldwater, con il quale si sposerà e si trasferirà a New York nel 1938. Negli Stati Uniti Louise Bourgeois tesse un’importante rete tra artisti di diversa formazione, mettendo in contatto e  soprattutto assorbendo le tecniche e le ispirazioni dei tanti artisti europei fuggiti ai regimi, in particolare surrealisti tedeschi, che nei salotti newyorchesi si incontrano con l’espressionismo americano.

Louise BourgeoisLouise inizia la sua attività artistica tardivamente, negli anni ’60, ma senza ottenere riconoscimenti o apprezzamenti; una volta rimasta vedova nel decennio successivo, la sua arte “esplode”, le sue installazioni di metallo piacciono, le sue Celle vengono apprezzate per la loro forza comunicativa. La conferma del successo risale al 1983 con la sua partecipazione alla prestigiosa dOCUMENTA di Kassel, in Germania, e 10 anni dopo alla Biennale di Venezia.

Le installazioni più celebri di Louise Bourgeois sono quelle della serie Spider, pensate per essere realizzate in formato molto grande (circa 10 metri) ed essere quindi poste in varie parti del mondo: non a caso, ne troviamo proprio una all’esterno del Guggenheim di Bilbao. Queste opere sono relative al concetto di maternità, molto caro all’artista insieme a quelli della solitudine e della sessualità, ed esprime tutta la sensazione onirica e incoscia che questo rapporto umano stimola.

L’arte di Bourgeois è semplicemente personale, è la messa in scena del proprio dolore antico, della propria sofferenza e della voglia di esorcizzarla rendendola pubblica: l’infanzia segnata dai tradimenti del padre e dalla malattia della madre ferirono l’interiorità della donna, e condividere questo vissuto ha la doppia valenza di auto-analisi per l’artista e di stimolo per lo spettatore a scavare nel proprio profondo e magari rimettere in dubbio le certezze scontate. L’artista poi per oltre 30 anni si “sottopose” alla psicanalisi, appuntando il suo rapporto con il suo dottore, il dottor Lowenfeld: questa grande mole di note è servita ad analizzare e comprendere al meglio le opere di questa donna che mise sulla pubblica piazza il suo Io più nascosto e privato, e parte di questi appunti saranno visibili nell’esposizione nella sezione Didaktika insieme ad altri suoi scritti.

imageLouise Bourgeois. Structures of Existence: The Cells inoltre riunisce dopo 25 anni dall’esposizione al Carnegie International di Pittsburgh, le celebri Celle dalla I alla VI, tanto grandi da sentirsi sopraffatti oppure estremamente coinvolti. Quanto coraggio ci vuole a condividere le proprie difficoltà, il proprio dolore, le proprie cicatrici: all’interno delle Celle, realizzate con materiale di recupero, spesso troviamo oggetti personali dell’artista, dagli specchi alle boccette di profumo, ed ogni cosa ci parla di lei, di Louise bambina e adulta, e parla anche di noi, delle nostre difficoltà nella vita e di ciò che ci ha segnato.

Spesso l’arte parla di valori e situazioni universali attingendo parzialmente e in maniera relativa alla vita dell’artista, Bourgeois invece ci racconta di sé, senza remore o vergogna, dandoci l’esempio e suggerendoci di esplorare noi stessi.

 

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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