Franz Kafka: l’angoscia e l’incompiuto

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Franz Kafka: l’angoscia e l’incompiuto

Quando io dico una cosa, essa perde subito e definitivamente la sua importanza; quando la scrivo la perde lo stesso, ma talvolta ne acquista una nuova.

F. Kafka

La lapide di Kafka nel cimitero ebraico
La lapide di Kafka nel cimitero ebraico

Franz Kafka nasce il 3 luglio 1883 a Praga, nell’allora impero austro-ungarico. Nonostante parlasse discretamente il ceco, scriverà sempre in tedesco. Primogenito ad una famiglia medio borghese ed ebrea, perderà i due fratelli ancora in fasce. Tutte e tre le sorelle minori moriranno nel 1942 in un campo di sterminio. Lui invecer morirà a Vienna di tubercolosi dopo anni di tentate cure, mai riuscite. Riportato a Praga, è stato fatto cremare e riposa nel cimitero ebraico. Sulla lapide, il ricordo delle tre sorelle e dell’amico Max Brod, che lo seguirà nella malattia e curerà la pubblicazione postuma delle opere.
Kafka non voleva fossero pubblicate ma, anzi, che venissero solo bruciate: riteneva infatti che tutta la sua scrittura, alla fine, fosse vana e non fosse utile a nessuno renderla di pubblico dominio.

Grazie al cielo, l’amico decise di non seguire il suo suggerimento. Alle volte, un amico un po’ testardo può fare il futuro della letteratura.

Kafka viene infatti considerato uno dei più influenti letterati del XX secolo. Ha descritto sicuramente l’angoscia e lo smarrimento di un epoca, ed è per questi che molti lo vedono come l’interprete delle istanze di quella che viene chiamata corrente esistenzialista (Schopenhauer, Nietzsche e Kierkegaard per citarne i più famosi esponenti).

Kafka ha finito davvero poche delle sue opere: non per mancanza di tempo o salute, ma perché riteneva fosse abbastanza quanto scritto. Non c’era bisogno di altre parole, altre giustificazioni, altri discorsi. Probabilmente, anche se non fosse morto per la tubercolosi, non avrebbe mai finito alcuni suoi romanzi.

Come Il processo (1925), in cui non viene mai spiegato perché il protagonista sia chiamato in tribunale: non si sa quale sia l’accusa, ma, alla fine, viene comunque giustiziato.
Bisogna ricordarsi, tra l’altro, che Franz Kafka aveva studiato legge: il fallimento del processo e della retta giustizia che portano allo sconforto il protagonista del romanzo forse ci spiegano, forse, perché non fece mai l’avvocato, ma lo scrittore. Tutte le verità, etica compresa, sono un fallimento o, come sostiene Nietzsche, una semplice metafora. Non sono nulla di reale, di tangibile: solo qualcosa che ci siamo inventati per riempire un vuoto, un buco, una falla nel sistema. Forse in origine erano anche vere ma, ora, hanno perso qualsiasi significato.

Lo scrittore di Praga raccontava lo smarrimento davanti alla macchina della burocrazia austroungarica; ma quella italiana e repubblicana, se s’impegna, non è da meno.

Beppe Severgnini

Ma il testo, tra i tanti, più conosciuto dello scrittore è sicuramente Le Metamorfosi (1915): dal rapporto epistolare con la sua allora fidanzata, sappiamo che il romanzo nacque da un’idea fulminea con cui si svegliò Kafka una mattina:

Come sarebbe svegliarsi, e scoprire di essere un insetto?

Non c’è bisogno di essere critici letterari per capire quale sia il gioco di simboli alla base della finzione letteraria: nel romanzo il protagonista si sveglia ed è un insetto (non definito). La famiglia inorridisce e lui deve nascondersi tutta la vita da loro, per non spaventarli. Solo la sorella pare avere un po’ di pietà per lui, cibandolo di avanzi,anche perché il cibo sano non lo soddisfa più. Morirà per colpa del padre che, colto di sorpresa, rompe la sua corazza lanciandogli delle mele. La scomparsa del figlio-insetto allieta addirittura la famiglia, non più costretta a mantenere qualcuno che non può più fornire nemmeno il proprio reddito. E, forse, finalmente libera da quel figlio di cui si vergognano e che nascondono.

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La statua in onore di Kafka a Praga

Il figlio bistrattato, non voluto e con un padre dispotico ha sicuramente con sé un buon portato di autobiografia: Kafka, lo sappiamo dalle lettere che scrisse al padre, non riusciva nemmeno a guardalo negli occhi.

Cosa può, poi, rappresentare meglio la condizione umana se non un uomo diventato insetto? Molti ci hanno visto lo scarafaggio per ovvi motivi: si nutre di avanzi, è orrendo e nessuno riesce a sopportarne la vista e, soprattutto, è un reietto. Vive all’ombra, mangia i rifiuti, fa ribrezzo: un uomo inetto, senza scopo nella vita, che muore nel silenzio, dando anche un sollievo alla propria famiglia.

È questa l’idea dell’uomo che ci dà Kafka: senza senso, senza obiettivi, senza gioie. Un insetto che vive nascosto, sotto il letto, per non inorridire gli altri con il suo viscido aspetto. Ma, non dimentichiamoci, che per i greci la metamorfosi era qualcosa di squisitamente divino: Zeus, su tutti, cambia forma numerose volte nella mitologia (solitamente al fine di conquistare una donna, soprattutto con l’inganno e lontano dalla moglie). Mutare forma, alla fine, potrebbe avere quasi un connotato allegorico positivo, avvicinando un insetto al padre di tutti gli dei dell’Olimpo?

Ed ecco che calza qui perfettamente il neologismo kafkiano, termine che tende a sottolineare quanto una situazione sia strana, anche senza senso o comunque che lascia senza via di uscita senza comprenderne il motivo. Perchè questi sono i personaggi di Kafka: vivono un mondo pieno di contraddizioni, in cui non si capisce come vadano le cose, e le accettano.

Chissà se si sarebbe sentito così inutile, e con lui la sua scrittura, se vedesse ora quando successo hanno fatto le sue opere nella storia.

Kafka comprende il mondo (il suo, e anche meglio il nostro d’oggi) con una chiaroveggenza che stupisce, e che ferisce come una luce troppo intensa.

Primo Levi

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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