“Zi, zi, zi”: la storia di un uomo, Aléxandros Panagoúlis

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“Zi, zi, zi”: la storia di un uomo, Aléxandros Panagoúlis

– Alekos, cosa significa essere un uomo?

– Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’ancora. Significa lottare. E vincere.  E per te cos’è un uomo?

panagoulis-905-675x905(1)Glyfada, 2 luglio 1939: nasce Aléxandros Panagoúlis, che fra gli innumerevoli appellativi merita più di tutti quello di uomo. Le parole iniziali sono tratte dall’intervista fattagli da Oriana Fallaci, “la sua buona compagna, l’unica compagna possibile”, autrice del romanzo Un uomo, proprio incentrato sulla vita di Panagoúlis.

Alekos, il suo soprannome, in realtà fu tante, troppe cose. Chiunque abbia letto la sua storia prova un’irrimediabile sensazione di dolore, ma soprattutto di senso di colpa, quasi di vergogna, per non averla conosciuta prima. È stato un poeta greco, un politicoLa politica è un dovere, la poesia è un bisogno»), un rivoluzionario, un uomo libero, morto libero proprio in segno di quella libertà di cui oggi è simbolo. Un eroe, oggi si dice eroe, ma qualcuno ringrazia mai gli eroi quando sono ancora in vita? Si sforza di schierarsi dalla loro parte? Aveva ragione la Fallaci su quanto sia crudele e disumano essere eroe, talvolta inutile. Si scrive di Panagoúlis come di un folle, del pazzo autore dell’attentato che nel 1967 mise a rischio la vita di Papadopulos, il famoso dittatore greco. Sì, proprio così. Panagoúlis mise in atto un attentato per uccidere “non un uomo, ma un tiranno”. Da questo tentativo fallito inizia la sua storia, la sua prigionia, la sua condanna a morte. Anche il solo immaginare, il solo leggere le pagine degli undici mesi di prigionia, della tomba-cella a Boiati, delle torture fisiche, emotive, fa rabbrividire.

Un uomo che dimentica del cielo, della luce del giorno, che dimentica la sensazione di una carezza, un contatto, un uomo che dimentica di voler vivere, che si abitua a morire, fa rabbrividire? Di più, fa tremare, fa piangere il cuore. La sua sofferenza era maggiore quando gli impedivano di leggere o peggio ancora di scrivere. Ma lui scriveva lo stesso, su foglietti di carta velina e con il suo sangue come inchiostro. Un combattente che dopo aver conosciuto l’odio, la violenza, l’ingiustizia ha avuto ancora il coraggio di amare gli uomini. Un Ulisse che non sarebbe tornato ad Itaca per godersi il riposo, ma avrebbe continuato il viaggio. Però aveva ragione. Non era un eroe, non doveva essere un simbolo, era solo un uomo. E gli si dava del pazzo, del fuori di testa, solo perché «cercava ciò che non esiste, un sogno che si chiama libertà». Ed è leggendo le pagine della sua storia che si comprende quanto sia ancora oggi inesistente. Attraverso quelle pagine con la morte di Alekos si resta con una sensazione che fa andare a dormire con una tristezza nell’anima e ci si sveglia con qualcosa a pezzi, qualche pezzo mancante. E’ morto ormai da anni eppure lo si sente così vivo, intensamente, così vicino. Ci si chiede perché? Perché farlo ammazzare? Dargli del pazzo quando gli unici a sembrare folli sono coloro che non stettero dalla sua parte. Forse saremmo stati come loro, come tutti gli altri. Forse lo siamo ogni giorno. E non perché non riconosciamo il giusto, ma per menefreghismo, perchè siamo codardi. Perchè ci manca coraggio. Desiderare di avere coraggio come fosse uno di quei desideri da esprimere spegnendo le candeline di un compleanno. Il coraggio non si chiede, non si desidera.

Aléxandros Panagoúlis e Oriana Fallaci
Aléxandros Panagoúlis e Oriana Fallaci

Che Alekos possa allora essere un motivo di coraggio, che la sua storia possa essere vivo esempio di ideali, che il suo coraggio possa farci innamorare della vita. Aléxandros Panagoúlis è morto; Alekos è stato ucciso. E viene ucciso ogni giorno che «si chiede rifugio all’ignoranza, che si accetta la paura per guida. Ogni volta che si dimentica il passato, che si vede il presente con occhi appannati, che non si ha interesse per il futuro e che si respira solo per morire. Ogni giorno che si hanno mani solo per applaudire». Alekos era uno che vedeva la primavera anche al buio, anche se ormai «aveva il volto di un Gesù crocifisso dieci volte». Ma era un UOMO, e come ognuno ha avuto i suoi momenti di sconforto, di crollo, di terribile abitudine alla morte.

Ho sbagliato tutto. Mi sono fidato degli uomini, ho creduto che agli uomini importasse la verità, la libertà, la giustizia. Ho creduto che capissero. A cosa serve soffrire, battersi, se la gente non capisce, se alla gente non importa? Quando sei in prigione capiscono. Per farmi capire ora dovrei morire. Per esser capiti a volte bisogna morire.

Al funerale di Alessandro Panagulis parteciparono un milione e mezzo di persone, uno dei numeri più alti mai esistito nella storia greca. Una folla infinita che gridava “Zi, zi, zi”, che sta per “Alekos vive”. Ma a cosa è servito? A cosa se oggi non conosciamo? Direi che un uomo è ciò che sei tu, Alekos.

Giusy Esposito per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Francesco dice

    Quando in Grecia c’era un dittatore ( un dittatore nella nostra epoca suona come un non senso soprattutto poi in una regione dove è nata la civiltà, la quale è l’opposto di ogni prevaricazione e di ogni senso inumano) è sorto e ha alzato la voce un Uomo , di nome Panagoulis, nella cui persona si riflette la sofferenza di tutto un popolo pertanto quell’Uomo non è stato solo ma accanto a Lui c’èra il grido di dolore della maggioranza della popolazione ( ad esclusione di quei pochi che servivano il padrone e di cui c’è il riverbero anche ai nostri giorni). Un bravissimo a Giusy da Francesco Cillo

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