Addio a Bill Cunningham: e adesso per chi ci vestiremo?

0 1.376

Prima dei fashion blogger, prima di Instagram, prima di The Sartorialist (Scott Schuman), prima che la street photography divenisse di tendenza c’era lui, Bill Cunningham, fotografo amante della libertà di vivere e di vestire.
Bostoniano di nascita ma newyorchese d’adozione, nacque il 13 marzo 1929 e si è spento pochi giorni fa, il 25 giugno, per un ictus all’età di 87 anni.

01-55

Nato in una famiglia di origine irlandese e cattolica, fin da piccolo durante la messa osservava il mondo intorno a sé, rimanendo colpito in particolare modo dai cappellini delle signore. Trasferitosi a NY nel 1948 e dopo un paio di mesi ad Harvard, mollati gli studi lavorò nel settore pubblicitario che presto abbandonò a sua volta per disegnare cappelli, che firmava con lo pseudonimo William J. Dopo aver preso parte alla Guerra di Corea, torno in città dove proseguì l’attività fino agli anni ’60, quando la moda dei cappelli stava tramontando cedendo il passo alla rivoluzione culturale del decennio. Dopo varie collaborazioni, negli anni ’70 inizia a fotografare per il New York Times, col quale stringerà un sodalizio quarantennale. Tutto nacque grazie allo scatto rubato di un’anziana ma bellissima Greta Garbo che conquistò i vertici del giornale, tanto che gli affidarono la prima rubrica nel 1978.

Instancabile osservatore del mondo, Cunningham per oltre 40 anni ha immortalato le mode e le tendenze in passerella come per le strade, divenendo un vero e proprio simbolo di New York, dove lo si poteva incontrare tra la Fifth Avenue e la 57esima strada, appostato, pronto a cogliere i personaggi più cool.

Ci vestiamo sempre pensando a Bill.

billcunninghamnewyorkphoto02_610_407shar_s_c1
Anna Wintour

È quanto disse Anna Wintour, potentissima e algida direttrice di Vogue, confermando il valore e l’importanza di essere immortalate da Cunningham, giudice incorruttibile del fashion. E mentre Karl Lagerfeld si interroga preoccupato per il corposo archivio del fotografo, sarà il New York Times a perdere davvero una firma importante. Ben due erano infatti le rubriche curate da Bill per il giornale, On the street e Evening Hours: la prima era dedicata allo street fashion, impaginata in maniera suggestiva seguendo un dettaglio preciso di settimana in settimana, spesso il colore, la seconda invece si occupava della vivace vita mondana della Grande Mela.

Vado sempre in posti diversi e cerco di essere il più discreto possibile. Ciò che devo fare è essere invisibile. Così si ottengono foto più naturali, tra l’altro

bill_cunningham1

Questo il metodo utilizzato per quasi 50 anni per cogliere le persone in maniera più naturale possibile, avvolte nei loro abiti che tanto parlavano di loro e attraverso i quali Cunningham ha visto la società cambiare, le consuetudini mutare, l’America rivoluzionare i propri costumi. Sempre un passo indietro e defilato, affascinato dalle condizioni climatiche avverse che obbligavano le persone ad abbandonare il proprio portamento impostato per potersi proteggere o rimanere in equilibrio, egli amava le persone e il loro modo di esprimersi lontano da un concetto di moda spietato e quasi inumano.

Concentrato, morigerato e preciso nella sua “divisa” caratterizzata dalla giacca bluette, il fotografo si era raccontato al giornale con cui collaborava dagli anni ’70, nel 2002 in Bill Cunningham on Bill Cunningham, spiegando cosa fosse per lui la moda, come interpretasse e come strutturasse il suo metodico lavoro.

La sua vita e la sua attività sono state raccontate nel 2010 dal docuentario del regista Richard Press Bill Cunningham New York, ma il protagonista pare non l’abbia mai visto, poco interessato a celebrazioni del caso, tanto che perfino alla presentazione preferì passare la serata a fotografare il red carpet andandosene prima della proiezione. Il fotografo sembra poi non avesse amato il documentario perché gli donò una celebrità che non desiderava, in particolare modo detestava essere riconosciuto e interrotto nel suo lavoro, magari per fare un selfie.

Bill2Una vita dedicata alla fotografia passata in un piccolo appartamento senza cucina ma pieno di negativi, un archivio di memorie della città di New York della quale Bill Cunningham ha continuato a testimoniare i cambiamenti estetici e sociali: quanto possiamo comprendere osservando le foto di On the street, scoprendo come la moda quotidiana sia stata la traduzione dei mutamenti culturali di una società.

Il mondo va avanti e tanti sono i cambiamenti sociali e di stile che si prospettano: chi adesso li saprà cogliere e immortalare? Chi racconterà lo stile e i bei vestiti magari anche lontano dai canoni classici? Insomma, a chi spetta l’eredità di Bill Cunningham?

 

 

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.