“La Grande Bellezza” torna al cinema in versione integrale

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La Grande Bellezza torna al cinema in versione integrale

Quando è venuta fuori l’idea di riproporre La grande bellezza nella sua versione originaria di tre ore, ho pensato a una frase che Buster Keaton teneva appesa nel suo camerino: «Perché essere difficili quando con un piccolo sforzo si può essere impossibili?». Uno degli obiettivi del film era esibire il racconto estenuante della vita. In questo senso, tre ore aiutano. Ma sono state recuperate anche scene ironiche e divagazioni all’interno di un film che è di per sé una lunga divagazione. Le nostre biografie sono un lungo flusso di digressioni. Dunque, questa è la mia versione ideale del film. Perché è più realistica.

maxw-654 (1)Questo è quanto ha dichiarato Paolo Sorrentino durante la 12esima edizione della manifestazione Parlare di cinema di Castiglioncello (Li) appena conclusasi, in occasione della presentazione in anteprima della versione completa del suo capolavoro vincitore di David di Donatello, Nastro d’argento, Golden Globe ma soprattutto premio Oscar nel 2013. Lunga circa 30 minuti di più della versione ufficiale, La grande bellezza integrale sarà sugli schermi da oggi al 29 giugno e durerà 173 minuti. Distribuito dalla Nexo Digital e accompagnato dall’hashtag #lagrandissimabellezza, il film completo non vuole essere una trovata di marketing o la condivisione delle scene tagliate considerate superflue dal regista, bensì un’occasione per capire ancora meglio Jep Gambardella, interpretato magistralmente da Toni Servillo, compiaciuto nel suo spaesamento. E compiaciuto della propria opera lo è pure Sorrentino come spaesanti lo sono i suoi film, caratterizzati da quello stimolo continuo di domande e curiosità nello spettatore, sollecitato a scavare più a fondo, a comprendere simboli, rimandi ma anche critiche. Anche per questo La grande bellezza è stato tanto criticato, perché non sempre è immediato: certe scene, passaggi, dialoghi meritano una riflessione o di essere riguardati più volte per essere compresi, ma proprio lì si cela la grande abilità del regista e il meraviglioso incanto di quelle scene così oniriche e fantastiche, che mai nella realtà troveranno risconto ma forse sì nel nostro inconscio.

La_grande_bellezzaIl film indaga sulla mollezza di una certa società magari molto lontana da noi comuni mortali, che però esiste e si consuma a Roma, dove solo potrebbe sopravvivere, in mezzo a tutta quella pigra ed ostentata bellezza, dove personaggi tra l’assurdo e il grottesco si danno il cambio alla ricerca dell’edonistica felicità. Le scene inedite ne mostrano ancora un po’ mentre Jep continua instancabile a cercare di carpire il segreto di Roma, tra cortili nascosti e lucchetti, che però ella eternamente e sapientemente nasconde, mentre egli giudica spietatamente la società che lo circonda ma nella quale è immerso fino al collo.

Tra le scene tagliate c’è l’intervista del protagonista ad un anzianissimo regista, interpretato da Giulio Brogi, che racconta l’incontro con l’incanto:

Mi pare che fosse il 12 aprile 1925. Mio padre mi mise sulle spalle perché c’era una gran folla, ma capisce? Una folla, radunata per vedere un semaforo. Che bellezza! Che grande bellezza!

maxresdefaultUn episodio che Jep “rivivrà” nei pressi di un antico acquedotto romano e che dà il la per meditare su come un tempo le persone fossero più serie e dosassero la felicità per avvenimenti davvero importanti ed epocali. Inoltre il regista spiega che il cinema è «un modo di sopravvivere di fronte alle delusioni di ogni giorno»: egli è in procinto di girare il suo ultimo film, tema indagato anche in un altro film di Sorrentino, Youth, ed è proprio la filosofia che anima Sorrentino:

Il cinema può fare anche molto di più. Arvo Pärt intuì la forza della sua musica minimalista sacra ascoltando in un negozio un brano gregoriano senza armonia, senza metro, senza timbro né orchestrazione, insomma senza tutto. Io vedo l’esistenza degli individui esattamente così, priva di armonia, timbro e orchestrazione. Il cinema può risarcire. Può orchestrare le biografie. Può dare timbro e metro. Può scovare, tra gli interstizi, i fili nascosti che portano alla luce la bellezza della nostra disarmonia. In questo senso, La grande bellezza non è affatto, come pensano alcuni, un “j’accuse”. È esattamente l’opposto: è un tenero riconoscimento dell’incanto sepolto sotto la vacuità, la disarmonia e la volgarità di certe figure che popolano Roma e l’Italia

La grande bellezza è una dichiarazione d’amore-odio all’Italia e a Roma, alla sconfinata perfezione estetica capitolina guastata dal mancato moto verso il “fare”, in un continuo rincorrere obiettivi, speranze e promesse che mai trovano compimento e che dunque portano al disincanto, perfettamente impresso nel cuore e negli occhi di Jep Gambardella, che passeggia per le vie della ormai “sua” Roma scoprendone i dettagli, a volte bellissimi a volte miseri, provando portarvici un po’ della sua grazia e della consapevolezza.

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Una delle scene inedite

Ho amato La grande bellezza perché è un film sospeso, dal quale non hai scampo, capace di cambiare profondamente l’animo chi avrà saputo coglierne l’amarezza e la rassegnazione di fondo, la pochezza umana raccontata in maniera ironica ma senza pietà, la possibilità di scegliere di vivere in maniera leggera, intesa con vuota. Il tempo inutile passato in modo inutile, rincorrendo attività sciocche per il solo gusto di potertele permettere.

Questi 30 minuti in più magari faranno ricredere qualche scettico che ha visto ne La grande bellezza il nulla che parla di nulla, la morte del cinema italiano o una manovra di marketing per esportare il prodotto Italia nel mondo, oppure forniranno le risposte alle domande rimaste sospese nella mente di molti, o semplicemente confermeranno la bellezza di questo film, davvero grandissima, e ci faranno ancora meglio comprendere il suo protagonista e le sue mille sfaccettature:

Jep ha bisogno delle feste e degli amici per disfarsi di sé, per dimenticarsi, e rinviare all’intensità dell’alba romana il noioso e inevitabile appuntamento con se stessi. Una noia mitigata dalla forza sublime di questa città, che percorre sempre a piedi. Così dovrebbe essere Roma, un luogo da indagare con la lentezza della passeggiata. Solo in questo modo Jep scorge in questa città come un lungo reticolo invisibile di mensoline sulle quali prova a poggiare, con la sfrontatezza del poeta dilettante, un’esile voce di grazia e di armonia. Chissà se ci è riuscito!

 

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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