Il sogno di Tzara, un’antologia: “Dadaglobe Reconstructed” al MOMA

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Il sogno di Tzara, un’antologia: Dadaglobe Reconstructed al MOMA

dadaglobe-INT-2 (1)Zurigo, 5 febbraio 1916: viene inaugurato il Cabaret Voltaire e per DADA (che non significa niente, forse sì, forse no) è l’esordio ufficiale. Il 2016 è quindi un anno cruciale per il movimento in questione, internazionale e anti-arte, il movimento del rifiuto e della derisione, dell’auto-distruzione del sistema, contro tutti e contro tutti. Non Dadaismo, ma Dada. Ed è dopo cent’anni che il sogno editoriale di Tristan Tzara (Moinești, 16 aprile 1896 – Parigi, 25 dicembre 1963) si realizza con la pubblicazione del Dadaglobe Reconstructed e la relativa mostra ora al MOMA di New York, fino al 18 settembre.

Dadaglobe doveva porsi come antologia della tabula rasa, come raccolta dell’intera produzione del movimento, l’opera magna dopo la fanfara rabbiosa del Manifesto del 1918: «Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contraddittorie, in un unico refrigerante respiro».

Un unico refrigerante respiro. Questa boccata d’aria depurata il mondo la doveva sentire, voleva questo Tzara: Dada era un magnifico progetto nella sua mente, un groviglio di idee e contraddizioni per allontanare gli spettri della barbarie della guerra, un’esperienza già conclusa nel 1920 e mai sbiadita nella storia dell’arte. È proprio nel 1920 che Tzara, con l’aiuto di Francis Picabia, invia delle lettere a una cinquantina di artisti di 10 diversi paesi richiedendo del materiale che sarebbe dovuto confluire in Dadaglobe.

Francis Picabia, Rastadada Painting, 1920 (1)
Francis Picabia, Rastadada Painting, 1920

A rispondere sono in moltissimi, e con un entusiasmo esagerato, ma nel 1921 il rapporto tra Tzara e Picabia non è dei migliori e in più le difficoltà economiche non sono poche. La maggior parte dei responsi inviati dagli artisti contattati saranno comunque conservate da Tzara, ma dopo la sua morte avvenuta nel 1963 il tutto si disperderà in collazioni pubbliche e private sparse per il mondo. Chissà, se il progetto fosse andato in porto sarebbe stato il punto di svolta di un’esperienza nata con le migliori intenzioni, ma di fatto intensa e breve? Oppure un terreno ancora più fertile per l’avvento del Surrealismo? Oppure ancora il punto di arrivo frettoloso di un movimento altrettanto frettoloso?

In queste lettere Tzara richiedeva quattro categorie di opere d’arte, oltre a prose, poesie e altre “invenzioni verbali”. L’esposizione al MOMA di New York raccoglie per la prima volta le fotografie, i disegni, i fotomontaggi, i collage e i manoscritti inviati a Tzara e le opere immortalate nelle fotografie.

Il tutto si snoda assecondando le quattro categorie proposte da Tzara ed esplorando l’intuizione individuale e collettiva dei protagonisti di quegli anni cruciali tra le due guerre mondiali.

Tra gli artisti più noti sono presenti Marcel Duchamp, Man Ray, Constantin Brâncuși, Max Ernst, Kurt Schwitters, John Heartfield, Teo van Doesburg, Jean Cocteau, oltre a Tristan Tzara e Francis Picabia.

Ritratto di I. K. Bonset, fotografia di Theo van Doesburg (1)
Ritratto di I. K. Bonset, fotografia di Theo van Doesburg

Quali erano le richieste di Tzara?

  1. «Per favore invia una foto nitida della tua testa (non corpo), che puoi alterare liberamente, anche se deve conservare la sua nitidezza»
    Una prima richiesta che lascia ampio spazio all’individualità, del resto Dada non accetta le imposizioni. Come assecondare nitidezza e alterazione? L’artista può ritrarsi nel suo studio, nell’assetto burocratico di artista, ma anche alterare i suoi connotati, sbizzarrirsi in un collage, farsi fotografare da un’altra persona, e quindi concentrarsi nella posa e lasciare che sia un altro ad interpretare la sua personalità. Una curiosità: nel 1920 si dà il via alla standardizzazione dei passaporti europei, con la novità della fototessera.
  2. «Per favore invia… 2 o 3 foto dei tuoi lavori»
    Tzara non vuole l’opera in sé, ma la rappresentazione fotografica dell’opera: un ottimo mezzo per la circolazione dell’arte al di fuori del perimetro ufficiale e con una diffusione pressoché illimitata. Come immortalare il proprio lavoro? Non è la fotografia stessa una nuova opera d’arte? Si veda la reazione “sovversiva” di Man Ray, il quale selezionò e assemblò oggetti appositamente per immortalarne un’immagine bidimensionale. Che ne è stato di quegli oggetti? Nessuna mania di conservazione, non oggetti “sacri”, ma sempre nuove possibilità.
  3. «Per favore invia 3 o 4 disegni in bianco e nero… Un disegno può essere colorato, ma con al massimo 2 o 3 colori»
    L’unica limitazione sta nella palette, ma ha solo una finalità pratica relativa alla stampa dell’antologia. Che coraggio! Inviare un disegno, un’opera preziosa da museo e che invece potrebbe andare persa! A Dada non interessa, prima l’antologia, poi, forse, il museo.
  4. «Al posto del disegno colorato puoi ideare una pagina del libro con o senza testo»
    Quest’ultimo proposito chiede all’artista di considerare la composizione di un’intera pagina, Dadaglobe era un vero e proprio progetto editoriale autogestito che incoraggiava l’arrangiamento.

Dadaglobe, nella visione di Tzara, doveva porsi come «una nuova atmosfera vorticosa, da capogiro, eterna, ogni pagina deve esplodere».

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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