E-Motion Pictures – Meryl Streep

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E-Motion Pictures – Meryl Streep

Meryl StreepQualche anno fa, in un video postato su Repubblica.it, Natalia Aspesi, insigne critica cinematografica del giornale, profetizzava un futuro del cinema fatto di illustri sconosciuti. Secondo la Aspesi la vita di star del calibro di George Clooney o di Angelina Jolie è breve, o comunque assai inferiore rispetto all’eternità che alcuni artisti degli anni della Hollywood d’Oro hanno saputo raggiungere e tramandare nel tempo. Charlie Chaplin e Audrey Hepburn sono diventati un’icona e così hanno fatto Marilyn Monroe e James Dean. C’è, però, una differenza fondamentale fra questi simboli universali della Settima Arte.

Marilyn e James diventarono emblemi nei loro modi peculiari: per la loro tragica vita e la loro tragicissima morte e per la loro ingombrante personalità che spesso finì con l’adombrare gli indiscutibili talenti artistici a lungo trascurati da molta parte di critica cieca. Di Charlie e Audrey, invece, si ricorda la carriera professionale, i film storici, le interpretazioni magnetiche, il lascito oggettivamente di valore di gran parte del loro curriculum professionale. Se è questo il discrimine, un’eccezione – forse quella proverbiale che confermerà la regola – alla profezia della Aspesi esiste ed è ancora vivente: quell’eccezione porta il nome di Meryl Streep, che compie oggi 67 anni.

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Meryl Streep e Dustin Hoffman in Kramer contro Kramer

Innegabilmente la migliore attrice vivente, dotata di una bravura sconfinata e di un talento strabiliante, Meryl Streep ha inanellato nel corso della sua lunga carriera successi di critica, un record di nomination agli Oscar (19 in 35 anni di carriera, con 3 vinti), e a svariati altri premi fra cui Emmy, Grammy e Tony Awards. Oggettivamente inarrivabile, un’attrice di metodo educata alla Yale School of Drama, tutta focalizzata sul suo lavoro, mai sfiorata da pettegolezzi o scandali, Meryl è senza di dubbio la quintessenza della recitazione. Definitiva camaleontica da molti critici, fu accusata dalla micidiale Katharine Hepburn di essere troppo cerebrale, di non lasciare un’impronta di sé nei personaggi interpretati e di snobbare quel divismo che la Hepburn senior incarnava alla perfezione, in tutta la sua civettuola e non tanto innocua malignità femminile. Delle sue performance, Katharine diceva: clik clik clik. Tutt’altro che sottile, l’attrice, nelle cui reazioni è impossibile non trovare un po’ di sana competitività, si riferiva al modo in cui Meryl è capace di scomparire nel suo personaggio, senza far trasparire la benché minima traccia di sé.

Mostratemi un’attrice che non è una diva e mi mostrerete una donna che non è una star.

Lapidaria nei suoi giudizi, fu contraddetta da un’altra grande star della Hollywood degli anni d’Oro: Bette Davis scrisse di proprio pugno una lettera a Meryl, elogiando le sue abilità e, soprattutto, ritenendola una sua degna erede.

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Il Diavolo veste Prada

Enumerare lo sterminato repertorio artistico di Meryl Streep significa percorrere passo passo la storia del cinema Hollywoodiano – o, almeno, di gran parte di esso a partire dagli anni Settanta: in principio ci fu Il cacciatore (1978), poi Kramer contro Kramer (1979) che, nella sua grandezza (che permise, peraltro, ad una quasi esordiente di conquistare il suo primo Oscar), fu importante per un altro motivo: nel dibattito sulla sceneggiatura emergevano già i germogli di quella profonda consapevolezza del mondo femminile e della condizione della donna che animerà soprattutto i recenti anni di carriera dell’attrice. Chiamata a commentare la sceneggiatura, Meryl giudicò sbagliato e maligno il ritratto fatto di una donna frustrata dalla lotto per il divorzio e per la custodia dei figli, ottenendo il permesso di riscrivere alcune scene secondo il suo personalissimo punto di vista. È stata poi la volta de La scelta di Sophie, film irrimediabilmente devastante, emozionante e tutt’altro che clemente. Secondo Oscar incassato, fama a livelli stellari, ulteriore prova di abnegazione totale alla propria arte: per il film, Meryl imparò il polacco e il tedesco.

Saltiamo agli anni Novanta, gli anni cioè de I ponti di Madison County. Sophia Loren fu scandalizzata dal fatto che per interpretare un’italo-americana le fosse stata preferita una donna del New Jersey ma la prova di Meryl – che non sorprendentemente padroneggiava un perfetto accento da immigrata del Bel Paese – fugò ogni dubbio sull’ottima scelta del direttore del casting.

Gli anni passano ma Meryl è inarrestabile: i Duemila sono anni d’oro che le permettono di recitare in numerosi lungometraggi – naturalmente tutti successi di critica – che consolidano la sua già ormai ampiamente rodata carriera artistica. Fra questi spiccano senza ombra di dubbio The Hours (2002), Il Diavolo veste Prada (2006), Mamma Mia! e Il Dubbio (2008).

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Meryl Streep in The Iron Lady

Il 2011 è l’anno di The Iron Lady. Il ruolo iconico di Margareth Thatcher è la prova del nove: calarsi nei panni di un personaggio da lei fortemente detestato è una sfida a cui Meryl non si sottrae. Della Thatcher criticherà la cieca politica fiscale e le discutibili scelte politiche, lodando però la forza di una donna che seppe affermarsi in un mondo di soli uomini. Non che questo fu un caso isolato: rimanendo sempre fedele a se stessa, e non particolarmente convinta del potere di risonanza della sua celebrità, ha espresso senza problemi le sue personali convinzioni su mondo, politica e economia, rivendicando il desiderio di lasciare ai propri figli un mondo migliore.

I problemi del nostro Paese? Hanno un nome e cognome, quello del nostro Presidente.

Lapidaria come solo una della sua caratura potrebbe essere, non le mandò a dire nemmeno a Walt Disney che accusò di essere misogino e antisemita, riecheggiando le conferme della bisnipote dello stesso Disney (e venendo, quasi comicamente, contraddetta dagli addetti stampa della stessa compagnia).

Avvocato di un femminismo emancipato che sta prendendo d’assalto Hollywood, è, insieme alle colleghe Emma Thompson, Helen Mirren e Cate Blanchett, fortemente combattiva nei riguardi della condizione delle donne nel cinema.

I suoi ultimi film sono l’adattamento del musical Into the Woods (2014), Dove eravamo rimasti (2015) dove recita accanto a sua figlia Mamie Gummer e il combattivo Suffragette (2015). L’ultimissimo è Florence Foster Jenkins, uscito nelle sale cinematografiche britanniche lo scorso maggio, sbarcherà in quelle statunitensi ad agosto.

Giulio Scollo per MIfacciodiCultura

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