William Klein: “Un mondo a modo suo” al Palazzo della Ragione

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William Klein: Un mondo a modo suo al Palazzo della Ragione

image2 (1)Una retrospettiva sulla produzione artistica di William Klein (New York, 1928) sarà in mostra fino al prossimo 11 settembre nelle sale espositive del Palazzo della Ragione in piazza dei Mercanti a Milano, in collaborazione con Civita, Contrasto e sotto il patrocinio del Consolato Generale degli Stati Uniti di Milano.

Alla presenza dell’ormai quasi novantenne fotografo americano si è tenuta l’inaugurazione della mostra dal titolo Il mondo a modo suo, un percorso espositivo curato da Alessandra Mauro, direttrice editoriale di Contrasto, che ripercorre l’intero processo artistico di un uomo che ha immortalato i più diversi luoghi del mondo, ricreando un viaggio nella storia del secolo scorso, il Novecento.

Grazie agli allestimenti pensati dal team di architetti Migliore+Servetto, il percorso della mostra si sviluppa in 150 scatti toccando ogni tappa della vita di William Klein espressa dalla sua opera di fotografo. L’esposizione è divisa in nove sezioni che lo vedono cimentarsi in Astrazioni poi nella produzione nei primi anni  New York, per poi passare ai viaggi a Roma e all’apporto nell’ambito della fotografia di Moda per una riscoperta dell’arte nei suoi “Contatti dipinti”, partendo dunque nuovamente per le grandi capitali tra cui Mosca, Tokyo, Parigi, per concludere infine la propria esperienza nella sperimentazione in ambito cinematografico con i suoi primi Film.

William KleinIl mondo a modo suo ci permettere dunque di comprendere come la produzione fotografica di William Klein si caratterizzi per una visione che non può essere definita altro che propria. Klein non può essere considerato solo un fotografo infatti, ma deve essere mostrato nel suo carattere di poliedrico sperimentatore che si approccia alle più diverse forme artistiche, quasi fosse uno scienziato dei risvolti della natura umana:

Era come se fossi un etnografo: trattavo i newyorchesi come un esploratore avrebbe trattato uno Zulù, cercando lo scatto più crudo, il grado zero della fotografia.

Inserendosi nell’ambito del photo reportage in voga negli anni Cinquanta, periodo in cui il fotografo iniziò la propria carriera, Klein non può però essere fatto rientrare all’interno dei canoni di una produzione che predicava lo scatto nitido, oggettivo, elegante e di distanza del “momento decisivo” secondo la “legge” fotografica dell’allora dominante occhio di Henri Cartier-Bresson. Perché William Klein porta invece nei suoi scatti una diversa poetica: quella della strada, quella non nitidezza, quella dell’insegnamento datogli da Fernand Leger che ne segnò il destino: «Lascia perdere i musei e le gallerie, pensa solo alla strada».

image4 (1)Così Klein, prendendo alla lettera l’indirizzo artistico del maestro, iniziò nell’humus della cultura informale della Grande Mela delle opere di Jackson Pollock e Willem De Kooning il suo pellegrinaggio alla scoperta della bruttura, dello squallore e del rifiuto che abitava i marciapiedi delle grandi capitali di cui documentò la vita urbana, immortalando lo spirito di città come Roma, Tokyo, Parigi, Mosca in opere volutamente mosse, sfocate e  granulose per afferrare a pieno il vero volto dello squilibrio e dell’imperfezione.

Con lo stesso approccio si avvicinò nel corso della sua esperienza, abbandonando solo idealmente il reportage, ad ambiti diversi quali la moda e il cinema, ma sempre con un inconsueto sguardo irriverente ed anticonformista con un retrogusto di ironia nietzschiana che ne ha caratterizzato l’intera produzione artistica.

La mostra si riassume quindi in un percorso di vita, nella raccolta di un’esperienze, di brandelli, di frammenti, che compongono, come la somma di diversi scatti, la forza di uno sguardo per cui «scattare una foto era una gioia, era un’esperienza fisica che mi dava la carica», come afferma lo stesso William Klein.

Sara Cusaro per MIfacciodiCultura

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