E-Motion Picture – “Julieta”, l’ultimo film di Pedro Almodóvar

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E-Motion Picture – Julieta, l’ultimo film di Pedro Almodóvar

julieta-recensione-copertina (1)Il tempo passato, il tempo trascorso, il tempo consumato e che consuma, il tempo dei ricordi. Sembra di sentire, inesorabile, la lancetta dei secondi che ticchetta, cammina, fagocita giorni, mesi, anni e decenni, nel Julieta di Pedro Almodóvar, ultimo film del regista spagnolo, in concorso all’ultimo Festival di Cannes. Almodovar ha presto ispirazione dai racconti di Alice Munro, premio Nobel per la Letteratura nel 2013, e se a primo impatto quest’accoppiata stride come unghie sulla lavagna, basta guardare un po’ più in là per capire che in realtà, nonostante le diverse latitudini e il diverso sguardo sul mondo, questi due autori hanno tanto in comune. Non ci sono i paesaggi freddi, glaciali e isolati del Canada più sperduto, che tanto danno ai racconti della Munro, ma lo sguardo ossessivo e introspettivo che indaga l’animo femminile è lo stesso, sia per uno che per l’altra.

Questa indagine, ripetuta più volte, con diversi pretesti, che parte da diversi impulsi, è comune a entrambi e anzi sorprende che Almodovar non si sia ispirato prima alla Munro. Lo fa ora, però, e confeziona un film limpido e tragico, melò come piace a lui, lo incastra in una cornice mediterranea e spagnoleggiante. Via il ghiaccio del Québec, via il provincialismo degli sperduti villaggi fra le lande desolate canadesi, e posto invece alla Spagna colorata, barocca, sì, ma inondata di una luce marina mai così lapidale come in questo film. C’è il mare, ma è un mare titanico, foriero di morte, di abbandono.

JulietaÈ una tragedia che sa quasi di epica. Julieta, non a caso, insegna greco, e si porta appresso l’epos ellenistico come una croce sulle spalle, sin da quando era ragazza. Un giorno Julieta, donna ormai in là con gli anni, incontra una donna che non vedeva da anni, stravolge i propri piani e decide di fermarsi, riflettere, toccare quella ferita che non si è mai rimarginata. Così si siede, scrive una lettera e ripercorre la sua vita, per cercare di capire, e di far capire, a quella figlia che è scappata senza farsi più trovare, cosa diavolo sia successo.

Così comincia un viaggio, fra i ricordi, per ritrovare tracce di una colpa, per identificare quei segni ammonitori, fatali e più che mai “greci”, che annunciavano qualcosa di drammatico, tragico, e che Julieta riesce a decifrare solo ora, a distanza di anni. È un melodramma a tinte forti, tanto almodovariano nelle sue caratteristiche più superficiali quando intimamente munroniano nella sua essenza più viva. L’energia quasi isterica, il calore che anche in un thriller come La pelle che abito era sempre presente, scompaiono, la mala educaciòn anticlericale è tratteggiata ma priva degli attacchi viscerali dell’omonimo film. Pedro Almodóvar è compassionevole, in questo film, delicato, dimesso, ma sempre fedele a se stesso. Riesce a empatizzare con i suoi personaggi, con le sue donne (e anche con gli uomini, stranamente) ma soprattutto con le loro perdite, le loro sconfitte, le loro struggenti, drammatiche, piccole, eppure epiche, tragedie.

Giulio Scollo per MIfacciodiCultura

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