Renato Birolli: «Il colore non è materia, è nucleo emozionale»

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Renato Birolli: «Il colore non è materia, è nucleo emozionale»

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Folgore sul vigneto (Lampi nel vigneto), 1955

Renato Birolli. Figure e luoghi 1930-1959 è il titolo della mostra curata da Elena Pontiggia, fino al 26 giugno visibile presso il Museo Ettore Fico di Torino.

In questa mostra vengono documentati gli anni della maturità di Renato Birolli, artista veronese morto nel 1959, a partire dalla prima opera “nuova”, ovvero il S. Zeno pescatore esposto nel 1931 alla Galleria Milione a Milano accanto ad opere di Sassu e Manzù. Gli anni prima e durante il secondo conflitto mondiale lo vedono impegnato attivamente nella Resistenza, anche se più tardi prenderà le distanze dal PCI che considerava l’impegno esplicito politico e civile come valore imprescindibile dell’arte.

Nella mostra è esposta la meravigliosa opera I poeti del 1935, capolavoro indiscusso per la resa cromatica e emozionale. Su Pittura d’oggi del 1954 Renato Birolli pittore dichiarò:

La poesia agiva fortemente su di me. Nel ’35 ebbi vicino il poeta Quasimodo e conoscevo tutti gli ermetici. Posso dire che costoro modificavano il modo del mio sognare la realtà. Una parola che pareva ardere in un punto mi suggeriva valori di infinità d’uno spazio colorato, quasi un prolungamento della vita di un colore.

Renato Birolli, I poeti, 1935
I poeti, 1935

Il riferimento a Van Gogh è evidente ne I poeti, così come lo è in Eldorado e ne La città degli Studi, tele emblema di quei concetti che nei Taccuini renderà noti: «Dicono luce – per me rosa stellato di gialli, gialli muschio, giallo in simpatia di cobalto – dicono cielo – per me cobalto e quindi e perciò cielo. »
In Eldorado la gamma cromatica scelta e le pennellate pervadono di poesia l’opera ancora lontana dalle grandi tele degli anni ’50, nella La città degli Studi è invece interessante riscontrare come nella resa spaziale e nella concezione geometrica siano presenti reminiscenze di Cézanne, anticipando la semplificazione delle forme che cambierà il suo linguaggio nell’immediato secondo Dopoguerra.

Nel 1947 aderì al Fronte Nuovo delle Arti e si trasferì a Parigi appassionandosi alla pittura di Picasso e Matisse, fino ad aderire ad uno stile dove il lirico astrattismo si esprime pienamente attraverso il colore che «non è materia, è nucleo emozionale». Il colore è il cuore palpitante anche dell’intensa tela del 1954 Fulmine sul vigneto. Nei Taccuini scrisse:

È già notte e il temporale “pesa” sulla collina, viola, cupo, soffocante. Tanta è la sua condensazione che la terra pare ridotta a un complesso rotondo […]. D’improvviso tutto ciò salta in un’esplosione dell’equilibrio […] vedo il fulminato splendore dei vigneti, senza più piano prospettico: ciò che è davanti a me, salta dietro di me, dopo avermi perforato gli occhi.

la città degli studi 1933-birolli
La città degli Studi, 1933

Il percorso termina con foto d’epoca e documenti inediti del Fondo Renato e Rosa Birolli conservati a Firenze presso il Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux.
Il Fondo è davvero importante per capire la sensibilità dell’artista che amava conoscere l’arte in tutte le sue forme, arricchendo di volta in volta il proprio immaginario figurativo, come sottolineato anche da Elena Pontiggia durante la presentazione della mostra:

Dai primi disegni giovanili emerge anche una finora insospettata vicinanza, verso i 17 anni quando ancora viveva a Verona, con il clima secessionista, che aveva conosciuto negli anni precedenti una grande fortuna in città,

 

Felicia Guida per MIfacciodiCultura

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