I Grandi Classici – “Cuore di Tenebra”, l’allucinante viaggio nel cuore del nulla di Joseph Conrad

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conrad (1)Tutto è un debito. L’importante è saperlo. Anche nel mondo dell’arte: nessuno si salva da solo, nessuna idea è del tutto originale. Vi è una discriminante fondamentale: nei confronti di chi siamo in debito? Qual è il nostro Padrino, chi il nostro Maestro o Mentore, chi il Pigmalione? Ci definiamo anche in base a chi dobbiamo ringraziare, nani o giganti. Chi avrà dovuto ringraziare Jospeh Conrad, mentre scriveva il suo “romanzo breve” Cuore di Tenebra, (Heart of Darkness)? Sicuramente non qualche anima lillipuziana come le nostre, che non riusciamo a vivere se non etichettiamo, “romanzo breve”, nemmeno un’opera assoluta. Al di là del fatto che, ad esempio, la figura di Kurtz trae ispirazione da una persona incontrata sulla nave Roi des Belges, in un viaggio fatto in Congo, tale Klein che è anche il nome di Kurtz nella stesura originale, al di là di questo ed altro, pensiamo che Conrad debba tutto ad Omero, che solo e per primo il cantore cieco (assumiamolo per dato) poté scendere così profondamente nel cuore del viaggio e in un viaggio del cuore, per tutti, eroi e no, di tenebra.

Cuore di TenebraPer il capolavoro di Conrad si è scomodato il mondo intero, a definirne lo stile (grandiosa, allarmante eccitazione pulsante di quel linguaggio così complesso, David Denby), a tracciare paralleli con L’Interpretazione dei Sogni, a spostare l’attenzione del lato avventuroso (sic) a quello dei romanzieri analitici quali Proust e James (Italo Calvino). La sinossi, del resto è presto fatta: il comandante Marlow racconta ai suoi marinai una storia accadutagli in gioventù, quando la Compagnia per cui lavorava lo manda alla ricerca di Kurtz, che per la Compagnia procacciava avorio in Africa, e del quale non si avevano più notizie. Il viaggio è una discesa agli inferi: Kurtz ha instituito una specie di principato in cui egli è venerato e obbedito come un Dio e detiene il potere con il terrore e la violenza. Ma Kurtz è gravemente malato e muore nel viaggio di ritorno a cui Marlow lo forza.

Ciò detto, ricordiamo per chi ne avesse bisogno che il capolavoro di Francis Ford Coppola, Apocalypse Now, altro non è che la trasposizione in Vietnam del racconto di Conrad: a tal punto che lo stesso regista raccontò di lavorare, nelle notti tra una ripresa e l’altra, sul libro di Conrad anziché direttamente sulla sceneggiatura. Dando ragione a Calvino, Cuore di Tenebra è un racconto interiore, un viaggio interiore e la sua fine è totalmente interiore: quel che conta, quindi, non sono tanto le azioni (per questo è risibile ridurlo ad un libro di avventura) ma la riflessione, il monologo interiore, le valutazioni espresse nel buio ai marinai di Marlow o la voce fuori campo del narratore di Apocalypse Now (Willard nel film, interpretato da un impareggiabile Martin Sheen).

conrad brando (1)Cuore di Tenebra è denso come una colata lavica, e noi immaginiamo gli occhi di Marlow nel buio come quelli di «a demon that is dreaming»: … «navi di re e di banchieri, capitani e ammiragli, loschi “mediatori” dei commerci con l’Oriente…» fanno da palcoscenico, nella Storia di Conrad, a

Un mare di piombo, un cielo di fumo… tutte le navi si somigliano e il mare è sempre il mare… erano uomini, potevano guardare negli occhi le tenebre, ma sono sufficienti una passeggiata o un po’ di baldoria a terra dopo il lavoro per svelare il segreto di un qualsiasi Continente e per rendersi conto, solitamente, che in fondo non valeva la pena conoscerlo.

Chi sono dunque gli uomini di Conrad? Chi, quelli di Francis Ford Coppola? Chi sono gli uomini?

Erano dei conquistatori e per conquistare una terra serve soltanto la forza, niente di cui andare fieri, perché deriva soltanto dalla debolezza altrui. Si impossessavano di tutto ciò che potevano arraffare, per il solo piacere di farlo. Erano vere e proprie rapine, omicidi premeditati su vasta scala, e gli uomini ci si buttavano alla cieca, come chiunque si debba confrontare con le tenebre.

Ed a questo punto abbiamo solo un piccolo estratto delle prima pagine, poche, forse 5 o 6; seguono pagine di preziosità linguistiche e profondità analitiche, con piccole gocce d’ambra quando incontriamo la Società Internazionale per la Soppressione delle Usanze Selvagge.

Cuore di Tenebra
Cuore di Tenebra

Il viaggio continua, ma non c’è moto: alla fine Kurtz si trova, lo trova Marlow e lo trova Willard, ed entrambi (che sono uno) anelano ancora a vedere e capire. Conrad ci porta faccia a faccia con un archetipo, col futuro, con una parte sostanziale, all’apparenza, della natura umana, come il nostro gruppetto Huxley-Dick-Orwell-Vonnegut-Bradbury-Golding: quest’ultimo deve molto a Conrad – l’isolamento, la regressione, la violenza endemica, ma non arriva in là quanto il polacco naturalizzato (soltanto) britannico.

Perché alla fine del Signore delle Mosche c’è recupero e salvamento, la Bestia viene sopita e ritorna a dormire.

Ma il viaggio di Marlow/Willard ha una conclusione più terribile. Anche se riusciamo a vivere con una parvenza di normalità, anche se possiamo raccontarci che l’Io può diventare inconoscibile e ingovernabile grazie solo ad una testa di maiale coperta di mosche, perché abbiamo dentro delle cose orribili, la realtà è un’altra. Kurtz muore, in Africa come in Vietnam, pronunciando «L’orrore! L’orrore!». Ma non è l’orrore per quello che l’uomo è capace di fare, di diventare, non è un angolo buio del cuore di un uomo in cui sono sempre le tre del mattino. È l’horror vacui, la tenebra nella sua forma più pura: Kurtz ha visto che nel cuore dell’uomo non c’è niente.

L’uomo di Conrad non ha in sé l’orrore. L’uomo di Conrad è l’orrore, il nulla.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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